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Hondo. È il protagonista dell’omonimo film di John Wayne
e soprattutto il soprannome di John Havlicek, giocatore emblema di due
ere dei Boston Celtics, vincente con la Prima Dinastia e con il
ruggente team guidato da Tom Heinsohn a metà degli anni Settanta.
Nato
da immigrati cecoslovacchi a Martins Ferry, Ohio, il futuro numero 17
dei Green tradisce ben presto un’innata vocazione allo sport: al liceo
eccelle nel football, nel basket e nel baseball, in virtù di doti
atletiche non comuni.
A
Ohio State vincerà il torneo Ncaa di basket nel 1960: suo compagno di
squadra è il leggendario Jerry *Lucas, che proprio in quell’anno
otterrà la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma prima di intraprendere
una carriera da pro che lo vedrà per sette volte All-Star e campione
Nba nel 1973 con i New York Knicks.
Havlicek viene scelto dai
Boston Celtics (nona chiamata assoluta) al Draft 1962: il ragazzo di
Martins Ferry arrivava in una squadra di campioni, che aveva appena
vinto il suo quarto titolo consecutivo; l’età media dei Celtics era
però piuttosto elevata, e un ventiduenne pieno di energie era quel che
ci voleva per dare freschezza alla squadra di Auerbach:
partendo dalla panchina, la guardia-ala da Ohio State diede un buon
contributo alla riconferma dei Green a campioni Nba nel 1963, e nei tre
anni a venire il copione si sarebbe ripetuto con uguale esito.
Havlicek
creò, in definitiva, il ruolo del ‘sixth man’, qualcosa in più di una
riserva di lusso. Un titolare di riserva, con l’attitudine a essere
determinante nei momenti decisivi di una partita.
In questo senso, la sua consacrazione avviene nel 1965, con la palla rubata a Philadelphia su una rimessa di Hal GreerMost: “Havlicek steals it. Over to Sam Jones. Havlicek stole the ball! It’s all over! Johnny Havlicek stole the ball!”.
nei secondi finali di gara 7 delle finali della Eastern Division, con i
Green avanti di un solo punto: un capolavoro di lucidità e prontezza di
riflessi, immortalato dalla celebre frase del radiocronista Johnny
Nel
1969, il numero 17 diventa il capitano dei nuovi Celtics: il suo
carisma è universalmente riconosciuto, al pari della sua capacità di
essere determinante sia in fase di attacco che in difesa.
Tutta la ‘vecchia guardia’, Russell in testa, è andata in pensione: in panchina siede Tom Heinsohn, il quale promuove Hondo titolare.
I Green non arriveranno a qualificarsi ai play-off, in quella stagione, ma dal Draft 1970 arriverà Dave Cowens, il center che permetterà alla franchigia del Massachusetts di tornare subito competitiva.
Havlicek
e Cowens saranno protagonisti degli unici due titoli che Boston porterà
a casa negli anni Settanta: per il primo, un riconoscimento importante
arriva alle Finali 1974, quando viene giudicato MVP della vittoriosa
serie contro i Milwaukee Bucks e il loro profeta, Lew Alcindor.
L’ultimo
alloro, per il numero 17, arriva nel 1976: ormai è un’altra Nba,
rispetto a quella dei suoi esordi, ma la voglia di vincere e giocare
bene è sempre la stessa, e rimarrà tale sino a fine corsa, che è datata
1978.
Sedici
anni in campo, otto titoli, tredici volte All-Star: ma le statistiche
non dicono tutto, soprattutto per Hondo, protagonista in due ere
diverse del Gioco, vincente con i Celtics della Prima Dinastia e
dominante con i Celtics negli anni Settanta.
Un giocatore che non ha avuto e non ha il fascino, l’appeal mediatico di un Bill Russell o di un Larry Bird,
ma che, esattamente, come loro, è l’espressione più perfetta e compiuta
del Pride: non solo talento, non solo bravura, ma anche tanto, tanto
lavoro, per arrivare alla meta.
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