Un afroamericano con le lentiggini: Dennis Johnson era anche questo.
Un californiano nativo di San Pedro e residente a Compton, una
cittadina della Contea di Los Angeles, nemmeno centomila abitanti e un
tasso di criminalità degno delle più grandi metropoli statunitensi.
Il
futuro numero 3 dei Boston Celtics era nato qui, cinquantadue anni or
sono. Non era esattamente un fenomeno di atleta e di giocatore, agli
inizi: alla Dominguez High School era solo una riserva, ma per quelli
come DJ il treno giusto passa, prima o poi.
Il ragazzo disputava una gara di un torneo estivo, a San Pedro, quando
la persona ‘giusta’ si accorse di lui: Jim White, coach dello Harbor
Junior College, sedeva sulla panchina degli avversari e capì che
Johnson sarebbe potuto diventare qualcuno. White ebbe il suo bel da
fare a trasmettere il necessario senso della disciplina al giovane DJ,
che di suo era un po’ intemperante, come si addice a un teen-ager di
Compton,CA. Quando l’emotività del ragazzo scese a livelli plausibili,
dentro e fuori dal campo, il suo talento esplose: al suo secondo anno a
Harbor, Johnson guidò la squadra al titolo dello Stato, con 20.2 punti
e 13 rimbalzi in media in 33 partite.
Per
lui, si spalancarono le porte di Pepperdine University, che sorge
nell’amena località di Malibu, proprio di fronte all’Oceano Pacifico: i
Waves disputarono un’ottima stagione, quell’anno, arrendendosi a UCLA
ma mettendo in evidenza un grande DJ, ormai pronto per il grande salto
nei pro. A notarlo è una leggenda del Gioco: Bill Russell, head coach
dei Seattle Supersonics, che lo vuole con sé per continuare l’ascesa ai
vertici della Lega, iniziata due anni prima. Russell andrà via alla
fine della stagione, dopo aver fallito l’approdo alla post-season:
Johnson non ha deluso e si avvia a diventare un punto fermo della
squadra che l’anno successivo perderà le finali Nba contro Washington
(nella decisiva gara 7 DJ mette a referto un terribile 0/14 dal campo).
Dodici mesi dopo, Supersonics e Bullets s troveranno nuovamente di
fronte nella serie che decide il titolo: undici anni dopo essere
entrata nella Lega, Seattle conquisterà il primo Anello della sua
storia.
Protagonisti
di quell’annata memorabile furono Jack Sikma, l’ala-centro
dell’Illinois che disputerà nove stagioni a Seattle e sette All-Star
Game consecutivi tra il 1979 e il 1985, coach Lenny Wilkens, che
proprio quell’anno mette in bacheca l’unico titolo della sua
lunghissima carriera da allenatore, e naturalmente DJ, peraltro MVP
delle Finali, che mette per la prima volta in mostra la dote che ne
faranno il giocatore preferito da Larry Bird: tradotto in cifre, 20.9
punti, 4.1 assist e 6.1 rimbalzi in media a partita nei play-off, a
fronte dei 15.9 pts, 3.5 ast e 4.7 reb della regular season, ovvero una
grande attitudine ad essere decisivo nei momenti importanti di una
stagione. L’anno dopo, la guardia da Pepperdine divorzia da Seattle: la
sua nuova destinazione è Phoenix, a cui DJ approda in cambio di Paul
Westphal. Un altro ex-Celtics incrocia la sua strada, e non può essere
un caso. Guidata da John MacLeod, la franchigia dell’Arizona è solida
ma non vincente: a dispetto di buoni record di regular season, i Suns
non faranno mai molta strada nei play-off.
Red
Auerbach ha nel frattempo messo gli occhi su DJ: ai Celtics serve una
guardia capace di difendere e attaccare il canestro e dare buoni
palloni al front-court. Per averlo, il general manager dei Green spende
due scelte al Draft ma soprattutto Rick Robey, amico fidato di Larry
Bird.
L’acquisto si rivela azzeccato: non solo DJ confermerà di essere il
giocatore che serviva a Boston per tornare vincente (nel 1984 i C’s
torneranno sulla vetta battendo i Lakers alle Finali Nba) ma riuscirà a
fare breccia nella mente e nel cuore del numero 33, che senza mezzi
termini definirà Johnson “the best player I’ve played with”. Detto da
lui, un complimento non da poco.
Bird non poteva non essere entusiasta del numero 3, che per cinque
volte scriverà il suo nome nel primo quintetto difensivo della Nba e
nel 1981 sarà nel primo quintetto della Lega.
DJ rimarrà a Boston fino al capolinea della sua carriera: nel 1990 la
guardia di Pepperdine esce di scena, dopo aver vinto, nel 1986, il
terzo titolo Nba della sua carriera.
Nel 2003 avrà l’occasione di guidare i Los Angeles Clippers: 8 vinte e
16 perse il suo bottino da head coach nella Lega. Ci riproverà nella
Nbdl, prima con i Florida Flame e poi con gli Austin Toros.
Fino alla fine, avvenuta qualche settimana fa, per un attacco cardiaco.
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