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#10 - Jo Jo White PDF Stampa E-mail
Scritto da Giampaolo Scaglione   
venerdì 25 maggio 2007
C’è una partita nella storia della Lega che è ricordata come la più bella di tutte: è Phoenix Suns – Boston Celtics, gara 5 delle Finali Nba del 1976. Protagonista di quella partita, Joseph Henry ‘Jo Jo’ White, un giocatore di quasi trent’anni, guardia di St. Louis, esploso cestisticamente all’University of Kansas. Da giocatore di college, White vince la medaglia d’oro della pallacanestro maschile in un torneo olimpico: teatro dell’evento, Città del Messico. L’anno è il 1968: gli Usa, che tra le proprie file annoverano anche Spencer Haywood, battono in finale (65-50) la Jugoslavia, guidata da Radivoj Korać, che morirà un anno dopo in un incidente stradale e alla memoria del quale venne intitolato il trofeo per club europei che la Fiba ha organizzato dal 1971 al 2001, per un totale di 31 edizioni.

Jo Jo White viene scelto dai Boston Celtics al Draft 1969: è la nona scelta assoluta, mentre i Milwaukee Bucks, che hanno chiamato per primi, portano a casa una star del college basket che risponde al nome di Lew Alcindor, da UCLA. Il futuro Kareem Abdul-Jabbar, per intenderci.

Ma anche il numero 10 dei Celtics dimostra subito buone doti e soprattutto buoni numeri: 12.2 punti a partita nella sua prima stagione in biancoverde, che diventano 21.3 nell’anno successivo e 23.1 nel 1972.

I Green sembrano avere smaltito lo shock causato dal ritiro di Russell e sono tornati ad essere competitivi: nel 1970 è arrivato in Massachusetts un center di nome Dave Cowens, mentre Don Nelson e John Havlicek (entrambi hanno esordito nella Lega nel 1962) resistono impeccabilmente all’età e alla fatica.

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Anche Jo Jo sarà uno stakanovista: per cinque stagioni (dal 1972 al 1977) non salterà neppure una partita di regular season, giocando peraltro più di 3200 minuti a stagione. In media, fanno 39.2 minuti a partita.

Allena Tom Heinsohn: tra il 1971 e il 1973, i C’s sono protagonisti di due ottime regular season, ma ai play-off troveranno per due volte i New York Knicks a sbarrare loro la strada verso il titolo.

Nell’estate del 1972 arriva a Boston un esterno capace di fare la differenza sotto i tabelloni: Paul Silas. È lui che contribuisce in maniera determinante al salto di qualità che porta i Celtics a riconquistare il titolo Nba nel 1974, dopo cinque stagioni di astinenza: alle Finali, gli uomini di Heinsohn hanno ragione dei Milwaukee Bucks dopo sette partite. In gara 6, i Celtics (in vantaggio per 3-2 nella serie) sono avanti di un punto a sette secondi dalla sirena del quarto periodo, ma un’autentica magia di Alcindor rimanda tutto a gara 7, in programma due giorni dopo in Wisconsin. Finisce 102-87 a favore degli ospiti, guidati da un grande Cowens (28 punti e 14 rimbalzi). Jo Jo White mette a referto 16.6 punti a partita in quella fortunata post-season, consolidando il suo ruolo di leader nel back-court biancoverde. Nella stagione successiva, i Green vincono 60 partite su 82, ma devono cedere il passo ai Washington Bullets nelle finali di Conference: White conferma le statistiche dell’anno precedente. A rafforzare il back-court dei Celtics, in cambio di Paul Westphal arriva, dai Suns, Charlie Scott. È uno degli scambi chiave in vista della stagione 1975-1976: non a caso, a giocarsi il titolo saranno proprio Phoenix e Boston.

Scott e Westphal sono accreditati di venti punti in media a partita, in regular season, mentre il front-court di Boston (Cowens, Havlicek, Silas) è inserito nel primo quintetto difensivo della Nba.

Dopo quattro gare, la serie è in perfetta parità: la partita numero 5 si gioca al Boston Garden, il 4 giugno 1976. Le cose si mettono subito male per gli ospiti, che dopo nove minuti nel primo quarto sono sotto di venti punti e di quindici alla fine della prima frazione di gioco.

Ma Phoenix non è una squadra qualsiasi: basta aggiustare le cose in difesa, e i Celtics scendono al livello dei comuni mortali. I ‘regolamentari’ finiscono con le due squadre sul 95-95.
Primo overtime: le squadre segnano sei punti a testa, ma a far discutere è soprattutto Paul Silas, il quale chiama un time-out senza che Boston ne abbia alcuno a disposizione. L’arbitro non si avvede della chiamata, che avrebbe determinato un tecnico ai danni dei Green e il conseguente tiro libero per i Suns, a pochi secondi dalla fine: sulla panchina dei Suns accade il finimondo, poiché tutti hanno visto e sentito Silas chiamare time-out.
Niente da fare. Si riparte dal 101-101, e sta per farsi mezzanotte.

Secondo overtime: a quindici secondi dalla sirena, stavolta sembra fatta per i Green, in vantaggio 110-107. Ma non è serata da facili previsioni: nel giro di pochi attimi, ma Van Arsdale e Perry riportano a +1 i Suns.

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Quattro secondi alla fine: la palla è in mano a John Havlicek, il quale è soprannominato Hondo, il personaggio lanciato sugli schermi da John Wayne. Il numero 17 di Boston porta palla sulla sinistra, converge verso il canestro e lascia partire il bank-shot che significa +1 per i Celtics. Il pubblico di casa, fuori di sé per i continui colpi di scena, invade addirittura il parquet per festeggiare, ma non è finita: uno degli arbitri, Richie Powers (lo stesso che non ha visto né sentito Paul Silas chiamare time-out) dice che manca un secondo alla fine.

Verrà aggredito da un tifoso, subito arrestato. Mentre nel Garden torna la calma, Westphal ha l’idea del secolo: chiameremo un time-out che naturalmente non abbiamo – questo il piano che l’ex Celtic espone a coach MacLeod – così ci beccheremo un tecnico: loro andranno in lunetta, ma noi potremo rimettere in gioco da metà campo, e nella peggiore delle ipotesi avremo almeno la possibilità di pareggiare.

Sembra incredibile, ma le cose vanno proprio così: Gar Heard è il giocatore dei Suns che segna, da distanza siderale, il canestro del pareggio. È 112-112: la mezzanotte è passata, ma gara 5 non ha ancora un vincitore.

Terzo overtime: Heinsohn ha evidenti problemi di falli, e deve giocare la carta McDonald: un esterno che in regular season aveva giocato in media 13.6 minuti a partita. Il ventiquattrenne da California State, che terminerà la sua carriera da pro l’anno successivo, segnerà 6 punti che risulteranno determinanti.

Ma l’eroe della serata è Jo Jo White: 33 punti, 9 assist e soprattutto 60 minuti in campo. Solo Gar Heard fa meglio di lui, per un solo minuto. Dave Cowens e Charlie Scott sono finiti in panchina anzitempo, per falli; chi invece rimane seduto per tutta la partita sulla panchina dei Suns è Pat Riley: proprio lui, ancora nei panni di giocatore.

Si va in Arizona per gara 6: i giochi sono tutt’altro che fatti, ma è chiaro che la partitissima del Garden ha lasciato il segno.
Phoenix resiste per tre quarti, poi il crollo: sono Cowens e Havlicek ad abbattere definitivamente la resistenza dei Suns, mentre White colleziona altri quindici punti che contribuiscono alla sua elezione a MVP delle Finali.

È l’ultimo acuto di una carriera che lo vedrà per altre due stagioni e mezza a Boston, prima di un tramonto a Ovest nelle file di Golden State e Kansas City: attualmente, Jo Jo è un componente del front-office dei Celtics.

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