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#14 - Bob Cousy PDF Stampa E-mail
Scritto da Giampaolo Scaglione   
venerd́ 18 maggio 2007
È stato il primo e l’unico grande giocoliere di pelle bianca: non a caso, è stato definito lo Houdini del Parquet. La sua storia ha il sapore degli anni Cinquanta, dei primordi della Lega: i suoi compagni di avventura furono K.C. Jones, Bill Sharman, Tom Heinsohn, Bill Russell: I gioielli di una squadra assemblata con pazienza, pezzo per pezzo.

Cousy veniva da New York: figlio di gente povera, originaria della Francia. La sua infanzia è contrassegnata dai giochi che i ragazzi del suo quartiere amavano, ovvero lo stickball (il baseball da strada) e il boxball (una versione ‘mini’ del tennis, da praticare a mani nude su un qualsiasi marciapiede).

Il ragazzo cominciò a pensare seriamente solo al liceo, inizialmente senza grandi risultati. Per giunta, Bob si ruppe il braccio destro cadendo da un albero: per tutta risposta, iniziò a palleggiare e a tirare a canestro con la mano sinistra.

Quando l’arto fratturato guarì, Cousy era in grado di giocare a basket con entrambe le mani, indifferentemente: fu la svolta della sua vita, poiché il talento del giovanotto dei Queens, miglior marcatore della città tra i liceali, iniziò ad essere celebrato in tutta New York.

Ma era già tempo di pensare al college: Holy Cross, ateneo che sorge a quaranta miglia da Boston, gli offrì una borsa di studio: proposta accettata, ma durante i primi due anni in Massachusetts qualcosa non funzionò, prima di ogni cosa il rapporto tra Cousy e il suo capo-allenatore, tal Alvin ‘Doggie’ Julian, futuro membro della Hall of Fame: questi lo riteneva, più che altro, un esibizionista.

D’altra parte, Holy Cross aveva appena vinto il titolo NCAA (1947) facendo tranquillamente a meno del freshman newyorkese: Cousy meditò di tornare a casa e iscriversi a St. John, ma Joe Lapchik, protagonista nei tempi eroici della palla a spicchi e coach in quell’università, lo dissuase dal farlo.

Per Bob le cose cambiarono radicalmente allorché le sue magie piegarono Loyola in una partita disputata al Boston Garden: le cose si stavano mettendo male per Holy Cross, quando il pubblico chiese a gran voce l’ingresso in campo di Cousy: Julian si piegò ai voleri della folla, che venne prontamente ripagata da un paio di giocate memorabili, incluso un gancio (con la mano sinistra, naturalmente) scoccato dopo regolare palleggio dietro la schiena per smarcarsi.

Nel suo ultimo anno al college, Cousy guidò la squadra a una striscia di 26 vittorie consecutive e a un buon secondo posto al Nit, torneo universitario fondato nel 1938 la fase finale del quale viene disputata al Madison Square Garden.

Eleggibile per il Draft 1950, la guardia da Holy Cross viene chiamata dai Tri-Cities Blackhawks, una delle 17 franchigie al via del primo torneo Nba: le tre città erano Moline, Rock Island e Davenport, quest’ultima nello Iowa, le prime due nell’Illinois. Casa dei Blackhawks era un impianto da 6.000 posti, il Wharton Fieldhouse di Moline: le ‘aquile nere’ voleranno per poco, appena cinque stagioni.

Al termine della stagione 1950-51, infatti, la franchigia viene trasferita a Milwaukee e da lì in Missouri: nascono i St. Louis Hawks. Nel 1949, Tri-Cities viene allenata da Arnold ‘Red’ Auerbach, che porta la squadra ai play-off ma rifiuta di proseguire la sua esperienza sulle rive del Mississippi, poiché ad attenderlo ci sono i Boston Celtics.

I Blackhawks dirottano subito Cousy a Chicago: gli Stags, lontani progenitori dei Bulls, falliscono però prima che la stagione inizi. La squadra dell’Illinois aveva tra le sue file miglior marcatore della Lega, Max Zaslofsky e un buon playmaker, Andy Phillip. Cousy sarebbe stato il rookie: tutto da verificare, quindi, il suo potenziale tra i pro. I tre giocatori furono oggetto di un draft ‘informale’ tra New York Knicks, Philadelphia Warriors e Boston Celtics.

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Sede dell’evento, una stanza d’albergo; al posto dell’urna e dei bussolotti, un cappello e dei foglietti con il nome dei predestinati. Per i Green. ‘pesca’ Walter Brown in persona, e il nome non è certo quello che il fondatore dei Celtics avrebbe voluto leggere: Cousy: il disappunto di Brown era anche legato alla poca stima che Auerbach nutriva nei confronti del ragazzo da Holy Cross, che nella sua stagione da rookie farà 15.6 punti e 4.9 assist a partita.

Non male per un ventiduenne, ma Red ancora non si fida. A Boston arriva anche Bill Sharman, e la squadra prende quota: le statistiche di Cousy migliorano sensibilmente (21.7 punti e 6.7 assist), mentre i C’s non riescono ad andare oltre il primo turno dei play-off.

Nel 1952-53, Cousy è il miglior assist-man della Lega in regular season (7.7 in media a partita): in post-season, il newyorkese è protagonista assoluto della drammatica gara 2 della serie (al meglio delle tre partite) che i Celtics vincono contro i Syracuse Nationals.

 Sono necessari quattro tempi supplementari per scrivere la parola ‘fine’ a una delle più emozionanti contese nelle storia della Nba: per il numero 14 saranno 50 i punti segnati a fine partita, con 30/32 al tiro libero. Nel turno successivo, Boston soccombe a New York.

Il front-office dei Green metterà a segno colpi importanti, negli tre anni a venire: Bill Russell, Tommy Heinsohn, K.C. Jones, Frank Ramsey, e Jim Loscutoff andranno a formare la gioiosa macchina da guerra che, dal 1956 in poi, dominerà la Lega per più di un decennio: Cousy giocherà fino al 1963, vincendo sei Anelli e prendendo parte a 13 All Star-Game.

Un autentico maestro del gioco: tutto quello che farà vedere ‘Magic’ Johnson negli anni Ottanta è già nel repertorio e nelle corde della guardia da Holy Cross, che lascerà il segno anche da allenatore di college basket, prima di assumere la guida dei Cincinnati Royals nella Nba.

Per dare una scossa alla sua squadra e all’ambiente, non propriamente reattivi, Cousy tornerà in campo, all’età di 41 anni, per sette partite. Nel 1974, tuttavia, lascerà l’incarico per diventare commentatore televisivo dei Celtics. Vive ancora a Worcester, MA: non lontano dalla sua Holy Cross.

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