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Una vita per i Trifoglio. Giocatore, allenatore, commentatore
televisivo: dieci volte campione del mondo con i Green, otto dentro il
campo, due al comando delle operazioni, dalla panchina. Heinsohn è
anche questo: un vincente.
A differenza di giocatori che
hanno stentato ad affermarsi al liceo e al college (gli esempi illustri
non mancano), il ragazzo da Jersey City è subito una star allo
high-school (All-American con 28 punti di media a partita nel suo
ultimo anno al St.Michael’s di Union City, NJ): sono ben quaranta le
università che offrono una borsa di studio a Tom, e la scelta ricade su
Holy Cross, ateneo che sorge a quaranta miglia da Boston.
Al
college, Heinsohn ebbe ottimi risultati sotto il profilo sportivo,
senza trascurare l’aspetto puramente accademico di quell’esperienza: fu
uno degli studenti più brillanti, ma soprattutto un prolifico marcatore
sul parquet.
Furono i Boston Celtics a sceglierlo al Draft
1956, in virtù di un ‘territorial pick’ che Auerbach deteneva avendo
rinunciato alla prima scelta della Lottery: il colpo grosso sarebbe
stato messo a segno poco dopo, con lo scambio Macauley-Russell, e il
grande Red non sembrava riporre grande fiducia nell’ala da Holy Cross.
Alla
prova dei fatti, il contributo di Heinsohn fu molto prezioso per la
causa biancoverde: Russell non si aggregò alla squadra se non a
dicembre, dopo le Olimpiadi di Melbourne, e il numero 15 riuscì a
compensare con delle ottime prestazioni la sua assenza, almeno in
parte.
Il
1957 è l’anno del primo titolo per i Celtics: in gara 7 delle Finali, i
Green battono St.Louis dopo due tempi supplementari. Per Tom è la
serata della consacrazione definitiva: 37 punti, in una partita del
genere, non erano uno scherzo, tanto più per un rookie, sebbene
incoronato a furor di popolo Rookie of the Year.
Fu solo
l’inizio di una carriera memorabile, per uno dei migliori tiratori che
la storia della Lega ricordi: Heinsohn era molto stimato dai suoi
compagni di squadra e da Auerbach per il suo spirito di squadra, che
faceva di lui un punto di riferimento per tutti in uno spogliatoio
affollato di stelle.
Dal 1959 al 1965 i C’s vinsero sette
titoli in fila e Tom fu determinante in più di un’occasione: in gara 6
delle finali 1960 della East Division contro i Philadelphia Warriors,
che aveva un certo Chamberlain nello spot di center, l’ala da Holy
Cross sospinse nel canestro il pallone che valeva la vittoria, proprio
a fil di sirena. Sapeva essere un giocatore decisivo, ecco tutto.
Dopo
aver conquistato il sesto anello della sua carriera, nel 1965, il
numero 15 decide di smettere. Auerbach gli offre la sua panchina per la
stagione 1966-67, ma Tom dice di no, credendo di non poter gestire
l’enorme potenziale di Bill Russell ed essendo convinto che la squadra
vada affidata proprio al center da USF, di gran lunga il giocatore più
dotato di personalità nel team biancoverde: Red seguirà il suo
consiglio, è sarà una scelta vincente.
Heinsohn
prenderà le redini della squadra nel 1969: dopo un primo anno di
transizione e un secondo di assestamento, nel 1971-72 i Celtics tornano
ai play-off, mentre nel 1972-73 saranno i New York Knicks, futuri
campioni, a interrompere la corsa di Boston verso il primo titolo
dell’era post-Russell.
Titolo che arriverà l’anno dopo: i
nuovi eroi sono Dave Cowens, Jo Jo White, Paul Silas, Don Nelson. C’è
ancora ‘Hondo’ Havlicek a segnare la continuità tra la Prima Dinastia e
il presente.
Heinsohn bisserà il titolo nel 1976, l’anno
della leggendaria gara 5 contro Phoenix al Garden: ranghi immutati
rispetto a due anni prima, se si esclude l’importante arrivo di Charlie
Scott al posto di Paul Westphal, altro giocatore dal canestro facile
che lo head-coach dei Celtics non aveva mai promosso nello
starting-five.
Tom lascia la panchina nel 1977, dopo un brutto inizio di stagione con
i Celtics. Per trovare un altro head-coach vincente, Auerbach dovrà
aspettare Bill Fitch e Larry Bird: in mezzo, i fallimentari esperimenti
di Tom Sanders e Dave Cowens.
Heinsohn
ha già trovato un altro modo per onorare il Trifoglio: dietro un
microfono, esplosivo e incisivo ma con classe, a commentare le partite
di Boston per la Fox.
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