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In questa felice estate per la vittoria Celtica approfondiamo in “Around the Celtics” alcuni aspetti che riguardano la nostra franchigia preferita che siamo stati costretti a trascurare per gli eventi frenetici della stagione appena conclusa. In questo numero tenteremo di mettere un altro mattoncino attorno al grande genio di Red Auerbach.
C’è chi dice dalle parti di Boston che bisognerebbe cambiare il nome di Causeway Street, la principale strada che affianca il TD Banknorth Garden, in Red Auerbach Way. Attualmente non sono a conoscenza di decisioni in merito, ma sembrerebbe un’idea eccellente, ulteriore e degno riconoscimento di quel grande genio che è stato Arnold Auerbach, per tutti Red.
Che poi a Boston sia molto difficile far cambiare nome ad una strada è nient’altro che vero, infatti la principale città del New England si professa come una, se non la, più ricca di storia degli Stati Uniti, cosa che fa sorridere a noi italiani perché anche il più piccolo e sperduto paesino dello stivale ha più storia di una qualsiasi metropoli americana. La colpa in realtà andrebbe addossata ai nativi Americani, una volta chiamati Indiani, a causa del loro sostanziale nomadismo impedendogli di lasciarci alcune loro testimonianze, ma chi siamo noi per criticare il modo di vita di un popolo?
Però in effetti, se ci pensiamo bene, intitolare una via al grande Auerbach sarebbe coerente perché incrementerebbe il valore storico della città aggiungendo, tra i tasselli di storia di Boston, quello di Red e che farebbe compagnia alla sua statua, sempre molto frequentata.
Se però si vuole intitolare una strada a Red è già presente a Boston una sua via, ma non si trova sulle guide geografiche, ma è dentro ogni tifoso che sgorga sangue bostoniano: è la via che ha portato a 16 titoli NBA (recentemente ritoccati di una unità con la benedizione di Red da Lassù), una filosofia di vita, una comunione di obiettivi che tiene unita la squadra e tutti i tifosi. Ora però, con tutti i cambiamenti che ci sono stati nelle regole, con tutti i procuratori e tutto il business che c’è intorno ad ogni sport, probabilmente il record di Red, che ha contribuito in vari modi a questi 16 titoli, non sarà mai più battuto, in nessuno sport, in nessuna città e per merito di nessuna franchigia nel futuro.
Poi alla fine bisogna anche mettersi d’accordo: se per Red si può parlare di dinastia, allora perché già si parla di dinastia per i Patriots (3 Super Bowl in 4 anni) e per i Red Sox (2 World Series in 4 anni) i quali, con tutto il rispetto, inorridiscono di fronte a quello che ha compiuto Red? Si può parlare di dinastia pluridecennale? Se anche non si vuole andare oltre il decennio, come dev’essere chiamata se non dinastia i 10 titoli vinti tra il 1957 ed il 1966 da parte dei Celtics? Di fronte a questa dinastia, tutte le altre fanno solo sorridere.
Ma la grandezza di Red non è solo nella serie di titoli vinti negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta ed Ottanta, ma è il modo in cui li ha vinti. Alcuni dicono che ha elevato le sue vittorie ad un concetto di arte riuscendo ad ottenere dalla squadra più di quello che i singoli giocatori possono dare individualmente, ed è difficile dar loro torto.
Red, com’è noto, è stato anche un precursore: suo è stato il primo quintetto composto entrambi di neri nell’NBA dopo il Natale del 1964, i loro nomi erano Bill Russell, K.C.Jones, Tom Sanders, Sam Jones e Willie Naulls. Ma Red non importava nulla di essere un precursore, lui voleva solo far entrare il miglior quintetto possibile, e solo grazie ad un infortunio di Tommy Heinsohn ha fatto entrare in quintetto Naulls. Precursore inconsapevole quindi, ma per questo forse ancora più grande, perché non lo ha fatto per essere il primo, per entrare nella storia, per essere su tutti i giornali, ma solo per vincere le partite, l’unica cosa che a lui interessava.
Ma non è stato il primo solo in questo, anche al draft ha scelto il primo nero nel 1950, Chuck Cooper, e nel 1966 ha nominato Bill Russell come allenatore, il primo dalla pelle scura in una panchina NBA.
La grandezza di Red non si ferma qua, infatti ci sono alcuni suoi aspetti che sono poco conosciuti ma che vale la pena di rimarcarli, come il fatto che non trattasse tutti i giocatori allo stesso modo. Molti allenatori infatti hanno un unico modo di rivolgersi ai giocatori e non vanno mai d’accordo con tutti: perché? Perché ogni giocatore è diverso e reagisce in modo diverso agli stimoli esterni: c’è chi ad una critica feroce trova nuova linfa vitale per giocare meglio e chi invece si deprime. Red infatti adeguava il suo atteggiamento a seconda del giocatore che aveva di fronte, quindi urlava a chi ne aveva bisogno e consolava chi invece necessitava di un approccio più delicato.
Red era un genio, ma a questo punto quante strade si dovrebbero intitolargli? Forse nessuna perché in fondo Red è stato più legato alla città di Washington che a Boston, e forse tutte vista l’importanza che ha avuto per i Celtics e per tutta Boston.
Sarà presa una decisione a breve oppure sarà presa fra qualche anno, ma sarà sempre inadeguata all’immensità di Arnold “Red” Auerbach.
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