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Era un sondaggio impegnativo, non c’e’ che dire. Tanta storia, tanti titoli in ballo, un arco di tempo di oltre sessant’anni, insomma, parecchia carne al fuoco e non poteva che essere altrimenti quando si parla della piu’ mitica franchigia di pallacanestro al mondo.
Alla fine, tra tante leggende e colonne portanti della gloriosa storia celtica, l’ha spuntata Bill Russell, l’Istituzione verde per antonomasia, e siccome in un mondo democratico come il nostro l’elettore ha sempre ragione, ci piace pensare che tutti i votanti, anche coloro che hanno espresso una preferenza diversa (come il sottoscritto), possano comunque riconoscere la leggitimita’ di tale “elezione”: sarebbe infatti impossibile gridare allo scandalo o commentare tale risultato con esternazioni tipo “Non ci posso credere” o “Questi qui son tutti matti!”. Nessun broglio, nessuna deriva istituzionale ne’ tantomeno plebiscitaria, almeno qui gli elettori si possono sentire rassicurati sul regolare svolgimento democratico del loro diritto al voto.
Ha vinto Bill, Viva Bill dunque! Ma non e’ stato affatto facile, anzi: la qualita’ ed il curriculum dei candidati era infatti di un livello cosi’ alto da mettere in crisi i vari elettori (parecchi, alla fine circa seimila i voti raccolti) i quali, a prescindere dalle varie “tendenze ideologiche”, hanno sicuramente avuto attimi di esitazione prima di premere il fatidico bottone e mandare allo spoglio la loro “scheda elettorale”.
Ma andiamo con ordine. Bill Russell, come dicevamo, e’ risultato il piu’ votato con il 17% delle preferenze. Difficile ma d’obbligo riassumere il palmares di contanta magnificenza, per cui ci proviamo: vincitore di due titoli con l’Univerista’ di San Francisco nel 1955-56 e capitano della selezione americana vincitrice (a mani basse) dei giochi olimpici di Melbourne nel ’56, William “Bill” Fenton Russell (Monroe, Louisiana, 12-02-’34), venne “pescato” al numero 2 dai Saint Louis Hawks al draft del 1956 e poi trasferito ai Celtics grazie alla maestria del mago Red Auerbach (che si assicuro’ pure i servigi di tali Tom Heinsohn e KC Jones, tutti futuri All of Famers e leggende celtiche). Ci sarebbero i presupposti per scrivere un articolo a parte solo su questo capolavoro di “mercato” del nostro amato Red, e la tentazione e’ forte, ma purtroppo questa non e’ la sede piu’ opportuna (al momento basti solo aggiungere che in quell’epoca il “Rosso” spedi’ a Saint Louis il 6 volte All Star Ed Macauley piu’ il rookie Cliff Hagan per impossessarsi di Russell che, comunque, era considerato un difensore strepitoso ma un attaccante mediocre. Superfluo dire che i successivi risultati e trionfi dei Celtics daranno ovviamente ragione a Red).
Da li’ in poi tutto il resto e’ leggenda: Bill Russell sara’ sempre ricordato come l’atleta che rivoluziono’ il gioco del basket in difesa e l’incarnazione pura dell’aggettivo tanto in voga negli anni successivi: “DOMINANTE”.
13 anni con i Celtics, 11 titoli NBA (di cui 2 da giocatore-allenatore dopo il ritiro di Auerbach), 5 volte MVP della regular season, MVP dell’All Star Game del 1963, unico giocatore assieme a Wilt Chamberlain capace di raccogliere 50 o piu’ rimbalzi in un solo incontro, mantenne una media di oltre 23 rimbalzi a notte per otto stagioni consecutive chiudendo la carriera con medie di 15 punti e 22 rimbalzi e mezzo a partita (mentre lo storico dei playoff si alza a 16.2 punti e quasi 25 carambole a partita, purtroppo la voce “stoppate” non esisteva ufficialmente per cui non e’ conteggiabile). Fu “probabilmente” il miglior difensore di tutti i tempi ed il centro titolare di un ipotetico quintetto All Time pur senza essere il miglior centro offensivo che si ricordi.
Una speciale menzione la merita il titolo del 1969, l’ultimo di Russell: i Celtics venivano da una mediocre stagione regolare con un record di 48-34 e la quarta piazza ad Est, le possibilita’ di approdare all’anello erano veramente scarse ma ancora una volta la classe, l’orgoglio e la ferocia difensiva del condottiero Bill portarono Boston a giocarsi l’ennesima finale contro gli acerrimi nemici e, fino ad allora, sempre perdenti, Lakers di Jerry West, Elgin Baylor ed il recente acquisto Wilt Chamberlain. Ebbene, in un’epica gara 7 in cui Jerry West si infurio’ con il suo allenatore Breda Kolff per non aver fatto giocare gli ultimi minuti di partita ad un acciaccato Chamberlain, il trentacinquenne Bill Russell sfodero’ un’ultima prestazione da 21 rimbalzi e apparendo in tutte le giocate principali regalo’ il titolo numero 11 ai Celtics.
Tralasciando ulteriori particolari meramente statistici sul nostro Bill (peraltro ampiamente reperibili nei vari siti di statistiche nba), vanno altresi’ ricordati alcuni aneddoti e fatti reali che danno un’idea dello spessore umano ed extrasportivo del nostro Bill. Per esempio non si e’ mai parlato molto del fatto che Russell non fu un cosiddetto “talento naturale”, anzi, ebbe grossi problemi per entrare nella squadra del suo liceo fino all’anno junior per poi essere titolare e vincere il campionato nel suo ultimo anno. Era evidente che gia’ incarnava alcune delle caratteristiche che hanno reso grandi altri Celtics e dove non poteva il talento naturale intervenivano il lavoro duro, l’allenamento e la costante voglia di migliorarsi. Altro aneddoto: non tutti sanno che nonostante le epiche sfide con l’altro centro dominante dell’epoca, Wilt Chamberlain, sfide peraltro praticamente sempre risoltesi a favore del nostro, i due campioni erano piu’ che buoni amici e la rivalita’, come nel caso di Larry Bird e Magic Johnson, era piu’ che altro un’invenzione dei media e si limitava all’ambito agonistico e competitivo. Infatti, dopo ogni tradizionale sfida tra i Celtics e gli allora Philadelphia Warriors nel giorno di Thanksgiving, Russell era regolarmente ospite di Wilt ed i due tagliavano assieme il tacchino in casa di quest’ultimo.
Come molti sanno poi Bill Russell fu il primo allenatore di etnia afro-americana nella storia dell’NBA ed il primo a vincere un campionato; ma non solo, fu pure un feroce difensore dei diritti civili della gente di colore: in due occasioni si rifiuto’ di scendere in campo per protestare contro il trattamento discriminatorio a cui venivano sottoposti i suoi colleghi di colore ai quali erano assegnate camere d’albergo di una categoria piuttosto inferiore a quelle dei giocatori per cosi’ dire, “meno negri di loro” (immaginate una cosa del genere ai giorni nostri?).
La sua maglia numero 6 fu ritirata nel 1972 e tre anni piu’ tardi entro’ nella Hall of Fame senza presenziare a nessuna delle due cerimonie a causa del suo costante rapporto polemico con i mezzi di comunicazione. La successiva carriera da head coach a Seattle ed a Sacramento non fu memorabile anche se porto’ i Sonics a giocare i primi play off della loro storia e li preparo’ al titolo che avrebbero poi vinto nel 1979 sotto la guida di Lenny Wilkens. Per quanto riguarda la sfera privata, da sottolineare i due matrimoni, entrambi finiti in divorzio, il secondo dei quali fu molto chiacchierato, con una donna bianca, Dorothy Anstett, Miss USA 1968, e sposata nel 1977. Bill ha due figli maschi ed una femmina, Karen, reporter televisiva di discreta fama.
Che dire ancora? Senza dubbio sottolineare il rammarico di tutti noi di ICP per non aver potuto ammirare e godere dal vivo o almeno in televisione (per fortuna esistono comunque alcune mitiche immagini in bianco-nero) delle gesta di questo signore che a tutt’oggi rappresenta un punto di riferimento obbligatorio per chiunque si avvicini al mondo celtico e che attualmente funge da protettore, mentore e consigliere in carne ed ossa di campioni del calibro di Kevin Garnett il quale e’ stato investito dallo stesso Bill del ruolo di angelo custode dell’area pitturata del Garden.
Ed infine, concedete per favore al sottoscritto una lacrimuccia finale per essere stato a pochissimi centimetri dal toccare questa leggenda vivente del basket: successe lo scorso anno a Madrid durante i campionati europei, quando vidi Bill andai letteralmente fuori di testa e cercai in tutti i modi di avvicinarmi a lui per chiedergli un autografo, scattare una foto, dirgli qualcosa...purtroppo nonostante i vari cancelli divisori saltati e la corsa forsennata fui rudemente bloccato a pochi centimetri dalla meta da un paio di corpulenti security guards totalmente ignari del fatto che un giorno avrei condiviso questa sensazione con il resto della famiglia di ICP. Pazienza, ve lo sto raccontando ugualmente...
Secondo classificato: Larry The Legend Bird con il 12,5% dei consensi.
Se e’ vero che Bill Russell meritava il primato in quanto Istituzione Vivente dei Celtics, e’ altrettanto innegabile che il predominio di Larry sarebbe stato abbastanza ovvio su quel “bacino elettorale” che si nutre della generazione di votanti, diciamo, over 30.
Risulta complicato parlare di Larry senza essere ripetitivi o banali: e’ semplicemente Colui che ha fatto appassionare molti di noi al basket e soprattutto ai Celtics, rappresenta la classe, l’eleganza, la purezza, ma incarna pure concetti quali dedizione, leadership, Pride, hard work e “drive”. Inconsapevole antesignano dell’odierno Ubuntu (metto la mia individualita’ a servizio della squadra ergo miglioro i miei compagni e vinciamo tutti), Legend evoca ricordi di prime immagini televisive in differita in seconda serata, di sfide memorabili durante quei meravigliosi anni 80...Larry fu, assieme a Magic Johnson, il principale artefice del processo di rivitalizzazione di una lega professionistica americana che era ormai caduta ai minimi storici in termini di pubblico, audience ed appeal mediatico e commerciale. Larry fu il colpevole delle nottate insonni del sottoscritto che, grazie all’emissione del canale americano American Force Network nella zona del vicentino per la base militare americana presente in quel territorio, poteva godere in diretta delle gesta tecniche di quel contadinotto bianco che era lento, non saltava (“can’t run, can’t jump”) ma che trasformava nel color oro del suo baffo e dei suoi capelli tutto cio’ che toccava in un campo di basket.
Non c’e’ stato, non c’e’ e non ci sara’ mai un altro giocatore di basket di pelle bianca e con quelle caratteristiche fisiche che potra’ anche solo avvicinarsi ai livelli di grandezza del nostro nativo di French Lick, Indiana, 7 dicembre 1956. Fu uno dei giocatori piu’ odiati dai tifosi avversari perche’ infilava sempre il canestro della vittoria, ma allo stesso tempo uno dei piu’ rispettati ed ammirati per la sua completezza, versatilita’ e per il sublime uso dei fondamentali del basket, un maestro! Spettacolari le sue triple, gli assist impossibili, il senso della posizione per prendere il rimbalzo, la visione di gioco, l’incontrollabile spirito di sacrificio che lo fece ahime’ ruzzolare a terra piu’ volte per recuperare palloni impossibili minando cosi’ poco a poco una schiena gia’ di per se’ non troppo predisposta a tanta generosita’. Esemplare la sua leadership silenziosa, una personalita’ rassicurante per i compagni ma pure disposta alla provocazione ed al “trash talking” quand’era necessario (vero Kurt Rambis, Bill Lambeer, etc?). L’unico “rammarico” di questo “natural born winner” puo’ essere il fatto che avrebbe meritato di vincere piu’ di quei “soli” tre titoli che, anche per colpa della succitata schiena malandrina e per la non insignificante opposizione dei Lakers di Magic, gli sono stati concessi dalla storia.
Membro di quel quintetto che a tutt’oggi viene indicato come il migliore nella storia del basket, ringraziamo Larry per tutto cio’ che ci ha dato e gli rendiamo un infinito tributo.
Purtroppo, per limiti di spazio, non ci possiamo dilungare ulteriormente sul nostro eroe, ma ricordo a tutti gli appassionati di Larry che a loro disposizione c’e’ sempre la bellissima e ricchissima biografia redatta da Fabio Anderle e facilmente reperibile all’interno della nostra website.
A completare il podio dei migliori Celtics di sempre, al terzo posto troviamo Tom Heinsohn.
Una medaglia di bronzo soffertissima e combattutissima: un pugno di voti infatti separa John Havlicek, Bob Cousy, Sam Jones e Dave Cowens dall’ambitissima terza piazza vinta comunque meritatamente dal nostro Tommy.
Eh gia’, il caro vecchio Tommy, probabilmente noto ai piu’ giovani soprattutto per essere il simpatico e colorito commentatore delle partite casalinghe dei Celtics, colui che critica ogni decisione arbitrale ma assicura sempre buon umore durante ogni appuntamento cestistico mandato in onda dall’emittente CSN del New England.
Parlare solo in questi termini di Thomas William Heinsohn (26-08-1934, Jersey City) sarebbe non solo riduttivo e semplicistico ma addirittura offensivo: scelto al gia’ citato draft del 1956 nonostante Auerbach non fosse troppo convinto del suo potenziale fisico “Tom owns the oldest 27 years old body in the history of sports!” disse di lui anni piu’ tardi (fu infatti Bob Cousy ad insistere e convincere il giovanotto che nel frattempo rischiava di finire a giocare tra gli amatori dell’Illinois), Tom fu ed e’ il piu’ classico degli “Evergreen”, un Celtic vitalizio con 8 titoli NBA in saccoccia (secondo solo a Bill Russell e Sam Jones), fu Rookie of the Year nel ’57 (l’eccezione che conferma la regola, pure Red Auerbach poteva sbagliarsi!) 6 volte All Star ed head coach dal 1969 al 1978 permettendosi pure il lusso di essere nominato Coach of the Year nel ’73 e condurre i Celtics ai titoli NBA del ’74 e ’76. La canotta numero 15 di Heinsohn pende dal soffitto del Garden dal 1965 e dal 1986 e’ degno abitante della Hall of Fame di Springfield. In spiccioli, i numeri di questo power forward (e centro all’occorrenza) da 2 metri e rotti d’altezza dotato di un tiro piatto ma morbido e letale parlano di quasi 19 punti di media a partita con un picco tremendo di 37 in una memorabile gara 7 delle finali del 1957 contro St.Louis. In mezzo parecchi rimbalzi, pochi assists (era tacciato di “selfish”), tante giocate spettacolari a corollario di Russell, Sharman e Cousy ed epiche litigate con Red Auerbach che si divertiva a punzecchiarlo in ogni situazione per stimolarne l’immancabile reazione vincente sul parquet, data la spiccatissima personalita’ di “Tommy Gun”.
La sua ultima immagine e’ molto recente e lo ritrae festoso durante la parata bostoniana per la celebrazione del Banner 17. Ed e’ li’, sul carro dei vincitori, oltre che a bordo campo commentando le gesta dei nostri eroi, dove ci auguriamo di rivedere Tommy per molti anni ancora!
E che dire del resto dei classificati? Come poter inserire in modo serio e professionale almeno un paio di righe di commento su questi “mostri sacri” senza essere estremamente riduttivi e quasi blasfemi? Sfortunatamente lo dovro’ fare, rapidamente e con il rischio di essere accusato di superficialita’, me ne assumo la responsabilita’ e prometto di intervenire in altre occasioni in modo piu’ “ossequioso” (speriamo di avere presto un’altra opportunita’, ma i lettori non devono temere, la redazione ha in serbo parecchie chicche sul glorioso passato della nostra franchigia).
Ebbene, cominciamo da John “Hondo” Havlicek, giocatore di football mancato, grazie a dio...8 titoli NBA, “capocannoniere” e recordman di presenze dei Celtics di ogni tempo. 13 volte All Star, primo giocatore ad infilare 1000 o piu’ punti in 16 stagioni consecutive, e’ considerato il miglior sesto uomo di tutti i tempi ed e’ membro della Hall of Fame dal 1984. La canotta 17 brilla tra le volte del Garden. Proseguiamo con Bob Cousy, selezionato dai Celtics nel 1951 in un draft molto particolare, quello dello “svuota tutto” a seguito della disintegrazione dei Chicago Stags. Questo “omino” di 185 centimetri scarsi, dotato di una classe immensa e quasi perfettamente ambidestro, fu il miglior distributore di assists nella storia celtica e mise a segno quasi 17000 punti. “The Cooz” fu MVP nel 1957, 13 volte consecutive All Star e 10 volte nel miglior quintetto della lega. Hall of Famer dal 1971, il suo numero 14 fu ovviamente ritirato. Ottimo allenatore di Boston College per svariati anni, poi dirigente celtico, commentatore televisivo e pure attore in “Blue Chips”, ad 80 anni appena compiuti e’ ancora un arzillo signore e costante punto di riferimento per il “way of life” celtico.
Sam Jones, velocissima point guard, grandissimo shooter, soprannominato “Mr. Clutch” (non servono ulteriori commenti), il numero 24 dei Celtics e’ secondo solo a Bill Russell per titoli vinti, 10 contro 11. Hall of Famer dal 1984, fu un Laker mancato: originariamente selezionato da Minneapolis nel 1956, decise di tornare al college all’epoca del servizio militare per poi finire l’anno dopo tra le grinfie di Red Auerbach...grazie!
Dave Cowens, il “piccolo” centro di 2.06 fortemente raccomandato ai Celtics da Bill Russell nel draft del 1970, fu un portento di aggressivita’, forza, intensita’, passione e pride: ha una media carriera di oltre 17 punti e piu’ di 13 rimbalzi a partita ma era pure ottimo passatore e stoppatore. Fu Co-Rookie of the Year nel 1971, NBA MVP nel 1973, All Star MVP nello stesso anno (in cui i Celtics stabilirono il miglior record in regular season, 68-14 poi “rovinato” dalla sconfitta in finale di conference con i futuri campioni New York Knicks), vinse gli anelli del 1974 (quando passo’ la notte post festeggiamenti dormendo in una panchina di un parco nel centro della citta’ di Boston) e 1976. Tanto per capire la singolarita’ del personaggio, l’anno successivo si prese una pausa di riflessione dal basket giocato e decise di guidare un taxi per qualche mese poiche’ aveva bisogno di rilassarsi! Fu capo allenatore degli Hornets e dei Warriors e fa attualmente parte dello staff tecnico dei Detroit Pistons. I Celtics ritirarono il suo numero 18 e nel 1990 entro’ nella Hall of Fame.
Abbiamo praticamente terminato il nostro viaggio ma, dulcis in fundo, una menzione a parte la merita il nostro Capitano, Paul Pierce, unico contemporaneo presente in classifica: una nomination di diritto la sua, anche se marcatamente e volutamente influenzata dal titolo raggiunto quest’anno (immagino che i piu’ giovincelli l’abbiano votato ad occhi chiusi). E che nessuno si scandalizzi, neppure l’ultimo dei detrattori di The Truth (se ancora ce ne fossero): Paul infatti si e’ guadagnato una poltrona nell’Olimpo dei piu’ grandi. Se lo merita per la tenacia, la pazienza, lo stoicismo dimostrati durante la sua decennale carriera bostoniana dove ne ha passate di tutti i colori, senza bisogno di fornire dettagli; se lo merita per la classe, la leadership oltre che per i numeri e le statistiche (comunque non indifferenti) e per aver infine dimostrato che pure lui puo’ essere ed e’ un vincente. E tutti noi non possiamo che sperare ed augurarci che il Capitano ci guidi verso molti altri successi, il meglio deve ancora arrivare ma il soffitto del Garden puo’ gia’ far spazio al numero 34 di The Truth!
Bene, siamo arrivati alla fine di questa maratona post-sondaggio ed una breve considerazione finale e’ d’uopo: forse sarebbe stato interessante creare un classifica che potesse accorpare un numero piu’ elevato di giocatori, una sorta di Top 20 o 30 e magari lasciare spazio alle “nominations” libere: sicuramente avremmo visto apparire i vari “Satch” Sanders, Bill Sharman, K.C. Jones, Don Nelson, Frank Ramsey ma anche i piu’ vicini a noi nel tempo, l’indimenticato D.J., “The Chief” Parish, “The Black Hole” Mc Hale, Cedric Maxwell e perche’ no il mai troppo compianto Reggie Lewis, giusto per citarne alcuni. Ma avremo tempo per parlare di tutti questi campioni nel futuro prossimo.
E’ stata un’iniziativa senz’altro apprezzatissima ed interessante e sicuramente da ripetere a distanza di non piu’ di due-tre anni, giusto per vedere apparire anche nomi piu’ contemporanei e, tocchiamo ferro, ugualmente “titolati”, come Ray Allen, Kevin Garnett...
Un enorme GRAZIE a tutti gli appassionati lettori ed E-lettori!
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