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In questa felice estate per la vittoria Celtica approfondiamo in “Around the Celtics” alcuni aspetti che riguardano la nostra franchigia preferita che siamo stati costretti a trascurare per gli eventi frenetici della stagione appena conclusa. In questo numero approfondiremo qualche episodio nel passato di Pierce, qualche dichiarazione, qualche commento per ripercorrere la sua gloriosa storia ai Celtics, dal draft al titolo NBA 2008.
Paul Pierce è entrato nell’NBA nell’estate 1998 e prima del draft era dato quasi per sicuro come chiamata al pick numero 2. Come al solito il draft è la pseudoscienza meno esatta che esista, ed il giocatore ha visto scendere la sua chiamata fino al decimo pick. Seduto con la madre Lorraine Hosey alla Green Room di Vancouver, dove vanno tutti quelli che saranno chiamati molto in alto, si è visto sopravanzare, in ordine di chiamata, da Michael Olowokandi, Mike Bibby, Raef LaFrentz, Antawn Jamison, Vince Carter, Robert Traylor, Jason Williams, Larry Hughes e Dirk Novitzky.
Come si può vedere da questo elenco, ci sono giocatori che non sono neanche degni (cestisticamente) di pestare la sua ombra, primo fra tutti il peggior pick numero 1 della storia NBA, tale Michael Olowokandi. Pierce non ha mai dimenticato questo affronto e nei suoi primi anni in NBA era così furioso che spesso si metteva a tirare e ad ogni canestro urlava uno dei 9 nomi chiamati prima di lui.
Oltre al danno della decima chiamata, si ripeteva: “dannazione, non i Celtics”. Ormai è noto a tutti che da piccolo era tifosissimo dei Lakers ed ovviamente la sua squadra nemica erano gli storici rivali dei Celtics. “Nessuno ad est dei Mississippi (storico fiume che separa geograficamente ma anche culturalmente l’America, n.d.r.) ama i Celtics. Tutti volevano vedere Magic e lo Showtime, i Celtics erano la squadra dei colletti blu (definizione che identifica gli operai, n.d.r.)”.
La differenza ci stava tutta e Pierce aveva ragione: i Lakers avevano un gioco più spettacolare, i Celtics uno più concreto, i primi amavano le luci della ribalta, i secondi preferivano andare ad allenarsi, i primi avevano un gioco veloce, i secondi un gioco più duro, ma soprattutto i Celtics erano più vicini alla gente perché si identificava con loro, li vedeva impegnarsi sempre al massimo e lavorare duro, tipico atteggiamento della gente del New England.
Per incrementare il suo disappunto era molto preoccupato anche di Rick Pitino, a quei tempi plenipotenziario dei Celtics, ovvero allenatore, general manager e padrone di tutte le faccende operative della franchigia biancoverde. Pierce era preoccupato perché aveva sentito delle storie di giocatori svenuti durante i suoi training camp.
Ora però è tutto diverso e Pierce, come ha dimostrato più volte, è fiero d’indossare la casacca biancoverde. “Odiavo Danny Ainge, penso che tutti odiassero Ainge, ma Danny è stato impetuoso e ha aiutato tantissimo i Celtics, ora mi piace Danny”. Visto che gli ha dato la possibilità di vincere il titolo, sarebbe strano il contrario, ma Pierce ha realmente un buon rapporto con il general manager Danny Ainge, che lo ha supportato anche nei momenti di maggior difficoltà.
Facciamo ora un salto in avanti, quando quel produttore di nick che risponde al nome di Shaquille O’Neal, dopo una partita giocata contro i Celtics in cui Pierce è stato particolarmente efficace, gli affibia il soprannome di “the Truth”, la verità, subito dopo tutti hanno considerato questo nick come quello ufficiale del giocatore.
Non ci è voluto molto per scoprire che Jack Nicholson, ottimo attore, ma soprattutto primo tifoso dei “nemici” losangelini, nel 1992 ha interpretato la parte di un generale corruttore dell’esercito americano nel film Codice d’onore (titolo originale “A few good man”) assieme a Tom Cruise e Demi Moore. Durante il film, in particolare nel famoso processo che si concluderà con lo smascheramento da parte dell’avvocato Cruise dei modi illeciti del generale Nicholson, ad un certo punto Nicholson stesso dice: “you can handle the truth”, non puoi manipolare la verità rivolto a Cruise, e da quel momento quella frase è diventata lo slogan dei tifosi bianco verdi riferiti a Pierce: “non è possibile controllare (ovvero fermare) Pierce” e lo abbiamo visto in molti cartelli al Boston Garden durante la finale NBA.
Facciamo un altro passo in avanti ed arriviamo all’inizio dell’era Rivers in panchina. I primi tempi sono stati difficili tra Doc e Pierce stesso, l’allenatore cercava di aiutarlo, ma Pierce non ha compreso subito, Doc gli ha detto una volta: “Paul, il tuo linguaggio del corpo e la tua attitudine dice molto ai compagni di squadra attorno a te, so che non sei felice di non riuscire a vincere le gare, ma devi sapere come questo ha effetto sui tuoi compagni di squadra: quando il tuo linguaggio del corpo è passivo questo si riflette su di loro”.
Gli si chiedeva impegno costante ed esempio per i compagni, ma Doc ha anche detto: “pensavo che fosse un giocatore che si isolava, pensavo che potesse segnare un bel po’ di punti, ma che sarebbe stato un giocatore da 39% dal campo come sostanzialmente era a quei tempi, non vincevamo mai e non penso che nessuna squadra vinca con un giocatore che sta attorno alla palla aspettando chissà cosa; gli ho detto: chi vuole che giochi in questa situazione?”.
Ainge ha anche provato a testare il mercato ed è andato vicino a scambiarlo nel 2005 per la scelta di quell’anno (che si sarebbe concretizzata in Chris Paul o Deron Williams), ma poi non se ne è fatto nulla.
Alla fine Pierce ha capito, è stato un esempio per i compagni e ha notevolmente migliorato i rapporti con Rivers.
Nel marzo 2007 Paul Pierce ha dichiarato al Boston Globe: “sono il classico caso di un grande giocatore in una cattiva squadra, ed è disgustoso”. I Celtics erano in corsa per l’ultimo posto in classifica e finiranno al penultimo posto, ma non ha mai chiesto d’essere scambiato od espresso rammarico per aver firmato un contratto che lo terrà a Boston fino a quando avrà 33 anni. Pierce si è sempre limitato a chiedere di far tornare i Celtics ai suoi vecchi fasti.
La scorsa estate Ainge ha monetizzato tutto il buon lavoro fatto negli anni precedenti, Pierce ha ricevuto i rinforzi adatti per vincere il titolo e fra qualche anno è pressoché certo che, quando smetterà di giocare, la sua maglia sarà ritirata e farà compagnia, sulle volte del Garden, a quelle dei grandi del passato biancoverde.
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