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The Road to 17° - Preseason PDF Stampa E-mail
Scritto da Leonardo Ancilli   
martedì 05 agosto 2008
256 giorni prima del massacro di gara 6 di finale la missione biancoverde decollava da Roma. ICP c'era. La Preseason biancoverde.

E' stato un colpo di fulmine, una sensazione netta captata da tutti sin dai primi istanti della gara con i Raptors del sei ottobre al Palalottomatica. Si è capito subito che quella non era una semplice gara di preseason da prendere un po’ alla leggera come il primo giorno di scuola, ma bensì il primo passo di un appuntamento con la storia non più rinviabile. In quella gara si videro grinta e cattiveria degne di una gara di playoff, si captò all'istante il giusto atteggiamento che avrebbe poi portato al titolo. Quindi per meglio raccontarvi quei giorni la cosa migliore è quella di quotare i passi più importanti dei report giornalieri curato dal nostro "infiltrato agli allenamenti "Enrico" :

Day 1 :

  • L’allenamento durato quasi tre ore è proseguito con lavori sulla transizione difensiva e su una zona 3-2 che lavorava forte sul ribaltamento di palla; una volta presa palla, la difesa attaccava contro la uomo nell’altra metà campo. Partita 5 vs 5 per chiudere il lavoro di squadra. Rigorosamente le squadre erano divise in titolari (Rondo-Allen-Pierce-Garnett-Perkins), riserve (Allen-House-Posey-Scalabrine-Powe) e riserve delle riserve (i restanti) a fare per lo più da comparse. Per finire il tutto, 45 minuti di tiro con divisione in base ai ruoli: da una parte Pierce-Ray Allen-Posey, poi Garnett, dall’altra i vari Rondo-Pruitt-House che dividevano il campo con Wallace-Manuel-Jones, Scalabrine da solo e Davis e Batista insieme a Powe nell’ultima zona disponibile a lavorare con Clifford Ray.
  • Garnett: è come se tutti in confronto a lui fossero dei bambini. Potrebbe tirare in testa a chiunque ma non lo fa per far giocare i compagni. In difesa fa paura, non c’è stato uno che si è azzardato ad attaccarlo anche perché non riusciva a farlo. La cosa che mi ha davvero impressionato e fatto piacere è che ha parlato tutto il tempo, ha gridato per incitare, ha imprecato se le cose andavano male e ha utilizzato un po’ di trash talk contro i suoi compagni-avversari. Non vuole perdere neanche a rubamazzetto e lo fa sentire anche ai coach quando chiamano una rimessa per la squadra avversaria. Kevin guidaci tu.

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Day 2 :

  • La mia giornata poteva già finire dopo questo: iniziano gli allenamenti con il solito riscaldamento sottoforma di tiri; io a bordo campo prendo una palla schizzata sul ferro e giunta a me e la passo a Garnett che, dal post basso, con un turnaround  jump shot segna.
  • A quel punto distolgo per un attimo gli occhi da Kevin ma lui mi ripassa il pallone battuto a terra, io faccio la stessa cosa di ritorno e, facendo lo stesso movimento ma un metro e mezzo fuori dal pitturato, segna nuovamente al che si gira verso di me, mi indica con tutte e due le mani, accompagnandosi con un sorriso e mi dice con il corpo “hai visto, assist, grande!”. Io rispondo con un altrettanto ampio sorriso (più di gioia bambinesca ovviamente) e gli dico con il pollice alzato “Bel lavoro”.
  • Superata la metà allenamento, si fanno partite da 8 minuti tra il green team (Rondo-Allen-Pierce-Garnett-Perkins), il white team (Allen-House-Posey-Scalabrine-Powe più Jones) ed il grey team (Pruitt-Manuel-Wallace-Davis-Batista). Soffrono un po’ i verdi e riescono a vincere una partita tirata fino all’ultimo con un rimbalzo su tiro libero sbagliato volontariamente da Pruitt per poter pareggiare lo scontro. Partite vere, arbitri italiani che House digerisce poco per le chiamate riguardanti i passi. Eddie è un giocatore, a mio parere, che sarà molto importante, parla molto dà consigli, è entrato bene, magari dalla porta di servizio, nel team ma è sicuramente un giocatore validissimo.

Day 3 :

  • Sale in cattedra Thibodeau, come al solito, per dare le frequenti e martellanti indicazioni sulle posizioni difensive nelle varie situazioni di gioco presentate. Garnett ascolta e, ripetendo la prassi dei giorni scorsi, piazza domande su domande presentando, a sua volta, situazioni diverse. Io mi ripeterò, ma quest’anno Boston, da quello che sembra, ha fatto le cose per bene e con Thibodeau è andata, veramente, sul sicuro se non di più. Urla, si sbraccia, perde la voce, questo ha un bel futuro davanti da Head coach.
  • Rondo: è una macchina ruba-palloni (secondo me può vincere la classifica degli steals), guida bene il tutto ed il suo Jump shot ha avuto un miglioramento sensibile tanto che i compagni lo sottolineano con approvazione. Attenzione perché ci darà soddisfazioni. Mentre aspetta di fare un esercizio si esibisce in palleggi da circo, tutti rigorosamente a testa alta.

Day 4 :

  • Si passa a vedere qualche schema offensivo che viene messo in pratica non solo in una metà campo ma a tutto campo con tre viaggi. Per la prima volta si vedono anche gli schemi sulla rimessa da fondo. Esercizi difensivi per continuare con difesa sull’uomo con palla e difesa sull’uomo senza. Come sempre grande intensità, non ci si ferma un attimo e tutti danno il massimo per riuscire a difendere al meglio. Probabilmente si è capito che da un’ottima difesa, nasce un attacco ancora migliore.

Day 5 :

  • A queste partite si aggiungono anche riproduzioni di situazioni partita con punteggi vicini e pochi secondi da giocare per vedere il comportamento dei giocatori. Come detto, Rivers ha deciso di far finire prima l’allenamento fatto di gioco di squadra, partite, collaborazioni ed ha preferito far tirare a canestro i suoi per la mezz’ora disponibile per i giornalisti. Molti ragazzi si sono divertiti a trasformare l’esercizio in gruppo in sfide personali al tiro. Spirito gioioso ma indubbiamente e fortemente supportato da grande spirito di sacrificio con allenamenti di un’intensità altissima e risultati che, a lungo andare, si vedranno.

Day 6 :

  • Ray Allen: rende le cose difficili molto semplici. Ha un grandissimo dono nel tiro, quest’anno si divertiranno le altre squadre nelle rotazioni difensive. Ottimo anche in difesa. Jones: davvero ottimo tiro, sia sugli scarichi che costruendoselo da solo. Fa dei salti impressionanti e sembra rimanga in aria per secondi e secondi. Più ruoli ricopribili….
  • Garnett: nel dimostrare la voglia di giocare se la batte con Perk. Mi piace il fatto che dia consigli ai suoi compagni e sia sempre molto concentrato nelle spiegazioni e coinvolto. Per il resto c’è poco da dire, Garnett è Garnett e poi è mio amico….

6 ottobre 2007 

Per quanto riguarda la gara del Palalottomatica del sei ottobre ci sarebbe da scrivere di tutto (spulciatevi un ço gli archivi del sito e vi divertirete) ma ci tengo ad autoquotarmi ricordando una mia sensazione avuta dalla tribuna, sensazione che poi secondo me è stata la vera chiave del trionfo :

  • Ad un minuto dalla fine del quarto Rivers dice stop, via alle rotazioni che vedranno impiegati nel periodo finale tutti i giocatori della seconda e terza "unit", anche quando nell'ultimo minuto con Boston a più sul possesso difensivo chiave i "giovinastri" verranno lasciati in campo, e qui gli occhi più attenti avranno notato una delle note più liete della serata, con tutta la panchina dei Celtics in piedi ad incitare i compagni in campo con Garnett abbondantemente in campo, mentre la panchina dei Raptors è tutta seduta con qualcuno (non facciamo nomi) con lo sguardo disperso in tribuna. "Feeling" segnatevi questa parola ne risentiremo parlare, per ora la ricerca di esso è il fattore primario.

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Il carrozzone biancoverde si sposta da Roma a Londra dove va in scena la seconda partita dell NBA Live European Tour dei Celtics contro Minnesota, in una sorta di rimpatriata collettiva, con Garnett che gioca per la prima volta contro gli ex compagni, e Minnesota che annovera nel suo roster mezza squadra dei Celtics della stagione 2005-06.

Ricky Davis si prende sulle spalle la sua squadra, ma Boston è ben determinata, Perkins offre sin dai primi minuti una gara solida, con presenza importante sotto le plance, ma è Ray Allen ad incantare il pubblico della O2 arena di Londra con una partita quasi perfetta.

Una settimana di pausa durante la quale i Celtics rientrano a Boston, poi va in scena la prima contro i Knicks, e sarà la prima di una serie di batoste che i Celtics infliggerano ai ragazzi di Isiah Thomas durante la stagione. 40 punti il divario finale, i Big Three iniziano a dettare la loro legge, soprattutto il capitano Pierce appare molto ispirato. Faranno la loro bella figura anche i comprimari aumentando ancora il divario nell'ultimo periodo a loro lasciato da Rivers, con un Gabe Pruitt in bella evidenza.

Tocca poi a Nets nella famosa "mezza gara" sospesa dopo il secondo quarto a causa dell'alta umidità dovuta al fatto che il campo da basket era stato montato sopra quello da Hockey su ghiaccio. Partita assolutamente ingiudicabile e comunque non ben giocata dai nostri.

La prima sconfitta stagionale arriva poi per opera dei Sixers, quando Rivers concede un turno di riposo a Garnett, Perkins e Pierce, si fa notare un deciso Glen Davis, oltre che Ray Allen.

Arriveranno poi in seguito una sconfitta con i Knicks con i Celtics ancora privi di Perkins e meno cattivi e più allineati al clima di pre season, una sconfitta con i Nets, con squadre largamente rimaneggiate e tutti e tre i Big Three biancoverdi in panchina, e infine una larga vittoria contro i Cavs con i Celtics trascinati da un Garnett addirittura in tripla doppia.

Tutto è pronto per il grande appuntamento dell'opening night del 2 novembre contro Washington .....

Commenti (3)add comment

Michele Pulcini ha scritto:

  Quanto ricordi personali indimenticabili e irripetibili, è stato quasi come assistere ai primi passi di un figlio, con la fortuna che proprio quest'anno il tranining camp sia stato all'estero, a Roma e in parte sotto i miei occhi (sempre un grazie al mio vecchio amico Legend per questo), con la possibilità di conoscere personaggi fino ad allora quasi da leggenda (Mike Gorman su tutti) e l'assaggio di cosa significa l'organizzazione di una squadra NBA.

Ricordo una telefonata a Leonardo dopo il primo giorno per confermargli che Garnett era davvero in campo in biancoverde!

Bellissimo.

Il tutto con la sensazione che potevamo puntare in alto e abbiamo visto com'è finita.
commento inserito alle 13:47 del 12 agosto 2008

Christian Spazian ha scritto:

  In effetti anch'io ho avuto la sensazione che, fin da Roma, si fosse creato qualcosa di speciale, ad iniziare proprio dall'intensità in cui i nostri giocavano una semplice partita di pre-season.
commento inserito alle 08:34 del 13 agosto 2008

Legend ha scritto:

  Leonardo mi ha chiesto di partecipare alla sua "rievocazione" con un paio di pensieri sull'esperienza capitolina dei Celtics, ma cosa scrivere che non sia già di pubblico dominio dopo la vittoria del titolo? Forse un paio di impressioni personali, che però rischiano di diventare stucchevoli quando il "lieto fine" è già conosciuto a tutti. Ed allora ho gentilmente declinato, preferendo la forma del commento ben conscio dei rischi, solo all'umile scopo di dare alla storia di questa formidabile stagione un'altra prospettiva del "visto da vicino". La prima cosa che ha colpito me ed il mio pretoriano personale è stata l'incredibile disponibilità di tutti quelli che avvicinavamo. Forte della "raccomandazione" di Jim Metz, padre e padrone del webcast più seguito dai tifosi Celtics, mi sono presentato a Mike Gorman, commentatore televisivo di ComCast, ed a Steve Bulpett del Boston Herald (conoscevo già entrambi via e-mail, comunque) e da lì la strada è stata tutta in discesa. Mike ha fatto gli onori di casa, presentando me e Michele all'intero staff biancoverde, da Rivers fino al trainer Ed Lacerte (al quale abbiamo dato un paio di dritte per andare alla messa visto che è cattolico, anche se poi si è espresso pure in discoteca: sacro e profano). Scambiare quattro parole "on daily basis" di volta in volta con i componenti la "Galassia Celtics" è stato da pelle d'oca, ve lo giuro. Per chi era abituato a seguirli da lontano, essere in grado di conoscerli di persona è stata un'esperienza unica ed irripetibile. Fotografie, interviste, l'intera settimana è volata via in un attimo, anche se io ed più simpatico abitante del quartiere Flaminio dopo un paio di giorni ci siamo accorti (con orrore) di essere diventati degli "habituee" e di non provare più la stessa carica adrenalinica, quando "maneggiavamo" i nostri eroi. Episodi particolari? Ce ne sarebbero tantissimi, mi limiterò a citare l'intervista a Danny Ainge che, quando gli chiesi perchè non gli piacesse l'accostamento del nuovo Trio ai big Three mi rispose "I Big Three diventarono tali solo dopo aver vinto tre titoli, e comunque avevano attorno stelle del calibro di Dennis Johnson, Bill Walton e Cedric Maxwell". Al che, un po' perchè lo penso, un po' perchè in fin dei conti il "John Wooden Award" a quei tempi non lo regalavano, aggiunsi un "And Danny Ainge?" che lo conquistò. La convinzione che si fece subito strada in me e Michele era comunque quella che i Celtics avrebbero fatto bene. Vincere il titolo? Per carità, un po' per la convinzione che l'anello lo vince la squadra più in forma a giugno, un po' per semplice scaramanzia (della quale Michele ama fare uso abbondante), ci limitavamo all'immediato futuro, che risultava roseo. L'energia sprigionata da Kevin Garnett la sentivi sulla pelle, un po' come quando stai sdraiato in spiaggia con gli occhi chiusi e le nuvole per un attimo nascondono il sole: quando i raggi riprendono a scaldarti, lo senti senza vederlo. Così è con Garnett. E non è un caso se Paul Pierce è stato riconosciuto come il vincente che era sempre stato solo dopo l'arrivo di "KG": con le spalle "coperte" in difesa, ha potuto fare quello che Larry Bird aveva fatto per anni all'ombra delle guglie Parish e McHale, e cioè concentrarsi su come vincere le partite sfruttando la sua enorme classe sui due lati del campo. Io e Michele anche nei momenti "infausti" avevamo sempre sottolineato la nostra opinione che il lavoro del coaching staff in allenamento fosse sottovalutato: ebbene, vedere Clifford Ray prendersi cura di Perkins e Powe, o vedere "Doc" ridere con i giocatori mentre però li "tirava" al massimo è stato un balsamo per l'anima, la riprova - se ce ne fosse stato bisogno - che non sono i playbook a fare gli allenatori, ma gli allenatori a fare i playbook. E poi un ultima chiosa su "con quella panchina non vinceranno mai", e su "Rondo e Perkins non sono da quintetto base in NBA", e persino su "Toronto vincerà l'Atlantic Division": tutti gli "esperti" nostrani hanno toppato su Ainge, Rivers, sulla panchina dei Celtics, sui due giovani in quintetto, sulle reali possibilità di vincere dei biancoverdi. Se da un lato è vero che questa squadra è migliorata, attribuire i propri errori di valutazione al miglioramento dei singoli è un gioco che non regge, cari telecronisti. Perchè chi di mestiere segue l'NBA, deve sapere che "esplosioni" ed "implosioni" (non nomimate Chicago, per l'amor di Dio!) fanno parte del gioco. Così come da chi salda con un cannello si prentende che "veda" con gli occhi della mente la saldatura prima di farla, o da chi impasta davanti ad un forno si pretende che "veda" il dolce finito, allo stesso modo chi segue l'NBA dovrebbe riuscire a formulare giudizi un po' piùaccurati per aiutare il tifoso a capire cosa stia accadendo. Una torta può riuscire male al miglior pasticcere, ma se persiste nell'errore sapendo di sbagliare, non dovrà poi lamentarsi se, dolce dopo dolce, è costretto a riprovare.
commento inserito alle 13:34 del 13 agosto 2008

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