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Nei primi anni ’90 internet era ancora una rete per pochi intimi, e l’unico modo in cui un tifoso italiano poteva rinfrescare la conoscenza della lingua inglese ed allo stesso tempo godersi le notizie dei suoi amati Celtics era l’acquisto del quotidiano USA Today.
E’ vero, il prezzo era un po’ alto, ma quando iniziavano i playoff la “febbre da boxscore” saliva, e non c’era verso di resistere. Che sorpresa amara, quel 30 aprile 1993! Sulla copertina della sezione sportiva c’era una fotografia di Reggie Lewis. Stava cadendo, ed era una caduta strana: le braccia lungo i fianchi, mentre scivolava a terra come se avesse subito un fallo di sfondamento. Ma non aveva nessuno intorno a sé. Quello che mi colpì fu il suo sguardo, uno sguardo che fissò quell’immagine nella mia memoria per sempre. I suoi occhi erano vacui, leggermente sbarrati e con una punta di sorpresa, come se si stesse chiedendo cosa fosse successo.
Da quel giorno, la vita per Reggie diventò un inferno. Una squadra di cardiologi disse che la sua patologia era mortale, un’altra affermò che fosse benigna, ed intanto sulla grande roulette della vita la pallina girava mentre tutte le “fiches” del capitano dei Celtics erano puntate, e “rien ne va plus”, non si poteva toccarle. Reggie “fuggì” nottetempo dal New England Baptist Hospital nel quale lavorava anche il medico sociale dei Celtics Arnold Scheller, che a consulto con un gruppo di rinomati cardiologi aveva diagnosticato una cardiomiopatia potenzialmente letale, dello stesso tipo che tre anni prima aveva causato la morte del giocatore di Loyola Marymount Hank Gathers. I coniugi Lewis non erano convinti della correttezza della diagnosi, e decisero di lasciare l’ospedale per sentire l’opinione del primario di un reparto di cardiologia più rinomato di quello del “Baptist”. Un pulmino portò il capitano dei Celtics al Brigham and Women's Hospital dove il dottor Gilbert Mudge lo sottopose ad altri esami. Quanti ecocardiogrammi, analisi, test, aghi ipodermici, cateteri… ma alla fine Mudge rivelò che Reggie soffriva di “sincope neuro cardiogenica”, una relativamente benigna condizione neurologica nella quale il nervo vago, che coordina il ritmo cardiaco, trasmette segnali confusi al cuore, provocando aritmie. Mudge aggiunse che il problema è “poco compreso”, una piccola stoccata al team di medici che aveva diagnosticato a Lewis il pericolo mortale.
Il successo non aveva fatto dimenticare a Lewis il suo passato. L’infanzia nei “projects” di Baltimora assieme a mamma Peggy ed ai fratelli Jon ed Irvin. E quel pallone che rimbalzava, con un bimbo che non smetteva mai di tirare.. Il bimbo era diventato grande, ma aveva continuato a tirare a canestro ed a ricordare i poveri ed i bambini. Al Thanksgiving riempiva di cibo la station wagon ed usciva di casa per elargire porzioni di tacchino agli sfortunati. In un’occasione, fermatosi ad un negozio di giocattoli, si era imbattuto in un gruppo di ragazzini ai quali aveva regalato delle fantastiche pistole ad acqua. E come credete fosse finita la prima battaglia? Con un Reggie zuppo da capo a piedi. A Reggie Lewis piacevano i tifosi, e piacevano i bambini. Nel luglio del 1993 la moglia Donna era in attesa del secondo figlio, e lui aveva ripreso ad allenarsi.
Se avete deciso di passare per Waltham a visitare lo Sports Authority Training Center dove i Celtics si preparano per le loro lunghe fatiche, non siete lontani dalla Brandeis University. Da Winter Street prendete Gatehouse Drive e la I-95, e dopo pochi chilometri uscite su Weston Street. Ancora un paio di chilometri su Weston, e poi una svolta a destra su South Street: eccovi nel cuore del “campus” universitario, ad una sassata dalla “Red Auerbach Arena”. E’ proprio a Brandeis che in un umido pomeriggio di fine luglio il capitano dei Celtics era andato ad allenarsi. Per la prima volta da aprile. Alcune ragazze gli si avvicinano, scambia qualche parola, confronta le sue enormi mani con le loro. Sempre gentile. Poi però comincia a lavorare. Tira, si muove, palleggia. Il pallone rimbalza ritmicamente sul parquet – THUMP – THUMP – un tiro a bersaglio – THUMP – THUMP – THUMP – un altro – THUMP – un altro ancora. Passa un’ora –THUMP – THUMP – Reggie è vicino alla linea da tre punti, ed il pallone rimbalza ancora – THUMP. Questa volta, però, nessuno lo riprende mentre il suono si fa più sordo – thump - più flebile, i rimbalzi accelerano e l'eco si affievolisce – thump - thump – thump.
Reggie è a terra, gli occhi sono aperti ma ha perso conoscenza. Lo soccorrono, lo portano immediatamente all’ospedale, ma è troppo tardi.
“Only the good die young”, solo quelli buoni muoiono giovani, cantano Billy Joel, i Def Leppard ed i Queen. Tutto vero: da Marilyn Monroe a Kurt Cobain, da James Dean a Heath Ledger, da Len Bias a Reggie Lewis la morte prematura cristallizza nella perfezione, nella bellezza dei lineamenti, di un gesto o di una canzone. “What if”? Che cosa sarebbe accaduto se Leonard Bias non avesse sfidato quella dea bianca e falsa? Che sarebbe successo se Reginald Lewis avesse avuto un cuore da leone? Quante vittorie per i compagni, quanti titoli per i Celtics, quante soddisfazioni per i tifosi, quanto denaro per la sua famiglia? Tutte occasioni che, per dirla alla Rutger Hauer, sono andate perdute nel tempo “come lacrime nella pioggia”.
Reginald C. Lewis è morto il 27 luglio 1993: ha lasciato un enorme vuoto nella moglie Donna e nei due figli. Una piccola parte di quel dolore immenso l’ha provata anche chi scrive questo articolo ed aveva avuto la fortuna di seguirne la carriera, i tiri, le penetrazioni, ma anche e soprattutto il modo in cui aiutava chi aveva bisogno. Reggie è uno dei due soli Celtics la cui maglia è stata ritirata nonostante non avessero mai potuto assaporare il gusto della vittoria in biancoverde.
Ricordarlo oggi, con Boston nuovamente sulla vetta dell’NBA ed esattamente a quindici anni dalla sua morte è dolce ed amaro.
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