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Gene Conley, che aveva lasciato i Celtics per giocare da lanciatore nei Milwaukee Braves del baseball, aveva bisogno di un po’ di dollari per riuscire a pagare la casa sulla quale aveva acceso un mutuo.
Arnie Risen si era appena ritirato, ed Auerbach aveva bisogno di un centro di riserva. Nonostante giocasse solo a baseball da cinque anni, al coach bostoniano ci volle poco per capire che “Gino” sapeva ancora giocare a basket, e bene. Tutto quello che restava da discutere era il contratto, ma Conley anticipò Auerbach, e conoscendo il gran cuore del proprietario Walter Brown, passò prima da lui strappando un contratto da 20,000 dollari annui. Niente rispetto alle cifre dei giorni nostri, ma nell’autunno del 1958 erano soldini, e per dare un’idea la nuova casa del giocatore gli era costata 40,000 bigliettoni. Ma Red non fu molto contento dell’accordo: era lì anche come Manager, e vedere che le scelte del proprietario mettevano in crisi il budget della squadra lo mandava in bestia. Così, il 18 novembre, alla prima occasione propizia, chiamò Conley nella stanza d’albergo e gli disse: “Gene, non stai giocando molto, e c’è la prima scelta Ben Swain che forse può aiutarci di più, e poi ci costi troppo. Sono costretto a tagliarti. Ma resta allenato, non si sa mai che tu ci possa tornare utile”. Conley fece le valige e tornò a nella casa nuova del Wisconsin. Solo quattro giorni dopo, altra telefonata di Auerbach. I Celtics avevano vinto due partite e ne avevano perse altrettante: “Gene, Swain non sta giocando molto bene, che ne dici di tornare?”. Certo che voleva tornare, “Gino”! “Però c’è un problema – gracchiò la voce all’altro capo del telefono – non possiamo rifirmarti alle stesse cifre. Possiamo darti la metà”. Conley non la prese male, anzi: sapeva bene che quello era il suo reale valore, e che nemmeno le stelle “alzavano” ventimila presidenti morti all’anno. Non c’erano agenti, avvocati, ed Associazioni di Giocatori, allora: altri tempi.
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