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Febbraio 2008. I Celtics procedono spediti a caccia del miglior record della lega, ma in ottica playoffs qualcosa manca ancora: la prima addizione che Ainge regala alla squadra è un vecchietto di 38 anni che reciterà un ruolo tutt'altro che marginale nella conquista del titolo.
Con Pollard ormai irrecuperabile la prospettiva era quella di giocare la posteseason con i giovani Powe e Davis in qualità di backup per Perkins e Garnett; i ragazzi avevano bruciato le tappe in stagione regolare, ma, come dice qualcuno, "i playoffs sono un altro sport", uno sport dove sono necessari esperienza e sangue freddo. Sul mercato non rimaneva moltissimo e, alla fine, la scelta è caduta su Collier Brown Jr, al secolo PJ, 14 anni passati a mulinare i gomiti nelle aree dell'NBA. Il suo passato era sufficiente garanzia di aver scelto ancora una volta per il meglio.
PJ Brown, nato a Detroit nell'Ottobre del 1969, viene scelto al draft 1992 (in compagnia di Shaq e Mourning, discreta annata per il ruolo di centro) dai New Jersey Nets, ma la sua carriera in NBA inizia l'anno seguente, dopo una fortunata parentesi in Grecia, nel Panionios. Gioca a buoni livelli per tre anni, ma è con i Miami Heat di coach Riley che trova la sua dimensione definitiva, come sarebbe successo all'altro Celtic James Posey un decennio dopo. Quattro anni da starter e leader sotto le plance di una squadra che centra sistematicamente i playoffs raggiungendo anche una finale di conference persa contro i Bulls di Jordan. Per due volte viene inserito nel secondo quintetto difensivo NBA (1996/97 e 1998/99).
Dopo la stagione 1990/2000 viene ceduto ai Charlotte Hornets, che due anni dopo si sarebbero trasferiti a New Orleans. E' il matrimonio sportivo più lungo della sua carriera, ben 6 anni conditi dalla terza ed ultima presenza nel secondo quintetto difensivo NBA (2000/2001). La storia recente (2006/2007) recita di un passaggio tra le fila dei Bulls, annata positiva con 72 presenze (49 da starter) a oltre 20 minuti di media a partita, numeri indicativi di quanto il fisico di PJ sia ancora integro, numeri che, probabilmente, contribuiscono a convincere Danny Ainge che il "ragazzo" è ancora in grado di dare il suo contributo.
Carriera lunga, densa di soddisfazioni, ma senza quell'acuto che forse avrebbe meritato. Alla fine della stagione 2006/2007 non rinnova con Chicago e si mette alla finestra, in bilico tra ritiro e disponibilità a valutare eventuali proposte. Nell'inverno 2008, in un mercato attivo più che mai, PJ riceve offerte importanti (Dallas, New Orleans, San Antonio) ma alla fine decide di legare i suoi sogni di anello alla maglia biancoverde dei Celtics, pare a seguito del pressing asfissiante di capitan Pierce e Ray Allen durante l'all star weekend giocato in Louisiana, dove Brown vive con la famiglia.
Da qui è storia recente: aggregatosi alla squadra nei primi giorni di Marzo, viene giustamente utilizzato con il contagocce, fatte salve alcune apparizioni più corpose con squadre di basso livello (vedi Milwaukee) per consentirgli di raggiungere l'ideale amalgama con i compagni e per dare respiro ai titolari.
Per la verità non viene utilizzato moltissimo neppure nel primo turno dei playoffs; Rivers gli preferisce spesso il positivo Powe, tanto che in molti iniziano a ritenere la sua presenza superflua. La svolta avviene durante la serie contro Cleveland, quando Doc realizza che per venirne a capo è necessaria tutta la freddezza e l'esperienza del veterano: gradualmente il suo spazio aumenta, fino al capolavoro di gara 7, quella che sarà ricordata per lo stellare duello LeBron-Pierce, 86 punti in due.
Sarebbe bene, tuttavia, non dimenticare che Brown gioca 20 minuti di perfezione, con un 4/4 dal campo, 2/2 ai liberi, 6 rimbalzi, un lavoro difensivo sontuoso, ma soprattutto il canestro più importante della serie: 1.40 alla fine dell'incontro, i Cavs hanno appena avuto la possibilità del sorpasso con un tiro da tre di LeBron finito sul ferro, punteggio 89-88 Boston; Cleveland a difesa schierata, i Celtics hanno una paura infernale di tirare, Pierce penetra ma non conclude, preferendo scaricare ad House sull'angolo; anche Eddie tentenna e si libera della palla, indirizzandola proprio a Brown, quando mancano 6 secondi allo scadere dei 24: PJ non ci pensa, guarda il canestro e lascia partire un piazzato dai 6 metri (affatto miracoloso, quel colpo gli appartiene): 91-88 e pressione sugli avversari: "Forse il miglior tiro di tutta la mia carriera", come affermerà il numero 93 in una successiva intervista.
In finale di conference è ormai il primo cambio di Perkins e, quando è chiamato in causa, non tradisce mai.
Come in tutte le favole che si rispettino, anche questa trova la sua apoteosi nel finale, anzi, NELLA finale. A partire da gara 1, con il centro titolare prima acciaccato alla caviglia, poi messo KO dalla spalla, distilla gocce purissime di basket difensivo; 38 anni sono tanti, troppi per giocare sull'atletismo e l'esplosività, ma questo ragazzone di 2 metri e 11 centimetri ha mestiere e senso della posizione, sa in ogni momento cosa deve fare e come lo deve fare. Prende rimbalzi difensivi e offensivi, si concede anche il lusso di qualche stoppata d'effetto.
Punto di forza sono gli untangibles, le piccole cose che non vanno a referto ma spesso risolvono più di una situazione complicata: il blocco per il tiro del compagno, lo sfondamento subito. In gara 1, quando Perkins esce per infortunio, in una manciata di minuti mostra un campionario perfetto di cosa è stato in questi playoffs PJ Brown per i Celtics: dapprima blocca su Vujacic consentendo a Ray Allen un tiro dall'angolo con spazio che va a segno per il 62-62, poi stoppa di forza Kobe dando il via all'azione che porterà alla tripla di Pierce del 75-71, poi ancora cattura un rimbalzo offensivo, difende la palla con i denti per cederla ancora a Ray Allen il quale segna in layup prendendo anche il fallo. 3 giocate che contribuiscono a 9 punti realizzati. Anche nelle seguenti occasioni pattuglia l'area con straordinario vigore (memorabile uno sfondamento subito da Bryant in gara 2 quando dimostra di riuscire ancora a prendere posizione in una frazone di secondo).
Completano il quadro doti umane fuori del comune che ne fanno un professionista esemplare: innata etica del lavoro, uomo spogliatoio ideale, mai troppo sopra le righe con compagni, avversari, arbitri. Grazie a queste qualità gli è stato assegnato, nel 2004, l' NBA Sportmanship Award, premio istituito nella stagione 1995/96 pensato per onorare quel giocatore che abbia riassunto in sè la sportività in senso stretto: valori etici e morali, integrità, fair play.
Ancora non sappiamo che cosa mediti di fare Brown, ma qualunque sia la decisione finale, una dorata pensione in Louisiana con la moglie e i quattro figli, oppure un altro anno da veterano a Boston, tutti i tifosi biancoverdi non possono che ringraziare questo indomito veterano che ha saputo contribuire in maniera tanto importante al sogno del Banner Numero 17.
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