|
L'anno della verita per Rivers. Dopo due stagioni in cui verso il coach sono stati mossi molti dubbi, Rivers si trova indubbiamente di fronte all'occasione della vita, con la pericolosa controindicazione che non ci sono grandi margini di errore.
Glenn “Doc” Rivers nasce a Chicago il 13 ottobre 1961 e deve il suo soprannome alla circostanza di indossare una maglia da gioco del mitico Julius “Doc” Erving ai tempi degli allenamenti liceali, di conseguenza il passo fu breve per vedersi appioppato (dal grande coach Rick Majerus) lo stesso appellativo del suo idolo dell’epoca.
La sua carriera è stata molto buona al famoso liceo di Proviso East, permettendogli di scegliere l’università di Marquette nel vicino Wisconsin che frequenta per tre anni conseguendo la laurea in scienze politiche e mettendosi in mostra fino a valere la scelta numero 31 al secondo giro (!) da parte di Atlanta nel 1983.
La sua carriera NBA è stata di notevole spessore nel corso dei tredici anni passati tra Atlanta, San Antonio, Clippers e New York, nel corso dei quali partecipa anche all’All Star Game del 1988, chiusa con 10,9 punti, 5,7 assist e 3 rimbalzi di media in carriera in 864 partite giocate, oltre a 81di play offs.
La sua storia di giocatore è stata, quindi, di indubbio successo, nonostante una brutta disavventura a sfondo razziale in quel di San Antonio, con la casa bruciata, a causa del suo matrimonio con una donna bianca.
L’excursus di carattere storico serve solo per evidenziare che Rivers ha un pedigree come giocatore di tutto rispetto, che gli ha permesso di conquistarsi il rispetto dei suoi giocatori dopo aver intrapreso la carriera di coach a Orlando nel 1999, con un’esperienza che è durata quattro anni, nel corso dei quali il suo record è stato di 171/168, con tre partecipazioni ai Play Off (2001, 2002 e 2003) eliminato sempre al primo turno: esperienza tuttora controversa, perché ha avuto squadre effettivamente senza grandi nomi e senza lunghi (i centri titolari si chiamavano Ameache, Doleac, il giovanissimo Wallace, DeClerk), con le quali ha ottenuto il massimo di quanto potevano dare, perché il quintetto del primo anno era composto addirittura da quattro giocatori non scelti al draft e il record di 41/41 gli ha consentito di meritare il riconoscimento di Allenatore dell’anno.
In quegli anni il lavoro non è stato semplice, con gli infortuni a Grant Hill, e, nel suo ultimo anno, il record di 42/40 è stato ottenuto alternando 21 (!) quintetti di partenza diversi per problemi fisici di vario genere.
Il licenziamento da parte di Orlando arriva per una pessima partenza e un rapporto con la sua star McGrady non idilliaco (poi senza di lui l’annata di Orlando si chiuse comunque con un pessimo 21/61), e poi TMac non è riuscito a legare anche con altri allenatori successivi.
Poi un periodo come commentatore televisivo e la chiamata da parte di Ainge il 29 aprile 2004, il resto è storia a noi ben nota, fino all’allungamento contrattuale di questa primavera, che dovrebbe permettergli ancora due anni alla guida dei Celtics.
La situazione a Boston è, però, totalmente cambiata dal 10 maggio, data della firma, al 31 luglio, data dell’arrivo a Beantown di Kevin Garnett.
Il prolungamento contrattuale non è stato accolto bene dalla maggioranza dei tifosi biancoverdi, che hanno dato a Rivers la maggior parte, se non tutte, le colpe per le ultime due stagioni poco brillanti e senza Play Off.
La motivazione più ricorrente alla base della nuova firma proveniva dal grande lavoro nei confronti della stampa, dalla quale è stato molto maltrattato, e del gruppo, tenuto comunque compatto nelle difficoltà.
Un allenatore che ha lavorato attraverso le avversità anche nella sua prima esperienza, così come nell’ultima irreale stagione bostoniana, ma al quale sono state mosse molte e pesanti critiche.
Se volessimo credere a tutti, ci troveremmo di fronte a un incapace pressoché totale: mancanza di impostazione del gioco in attacco e in difesa, rotazioni cervellotiche, punitive e penalizzanti per i giovani da sviluppare, difficoltà tattiche nella gestione dei finali e delle situazioni a gioco fermo (tipo le rimesse), predilezione per il gioco in velocità a prescindere dalla presenza di interpreti adatti, poca fiducia nei giovani e forse mi dimentico altre carenze.
A mio parere, invece, a Rivers vanno riconosciuti grossi meriti nella gestione umana dei giocatori, l’ottimo rapporto con Pierce e con altri veterani come, per esempio Gary Payton, la crescita di alcuni tra i moltissimi giovani anche con un relativo aiuto dei veterani del gruppo, perché poco adatti a insegnare, oppure perché assenti per infortuni più o meno gravi.
In più, ovviamente, una grande fedeltà aziendale che lo ha portato a esporsi personalmente per due anni alle critiche di tutti, senza poter evidenziare più di tanto che i tantissimi giovani che DOVEVA far crescere per creare “merce di scambio”, avevano molti limiti tecnici e caratteriali, nonché pochissime idee di cosa fosse il basket NBA.
Molti tra i difetti e gli errori tecnici imputati a Rivers, infatti, sono figli delle difficoltà di mettere in campo quintetti pieni di ragazzini nei primi due/tre anni di carriera, in una lega in cui l’esperienza è fondamentale.
In più la questione infortuni, molto presente e che ha ulteriormente reso complessa la costruzione di un sistema di gioco valido.
Parliamoci chiaro, perché un Pat Riley ama le squadre di veterani? Perché c’è poco da insegnare e allenare le partite che contano è più semplice: qualche esempio.
Ricorderete tutti Marcus Banks, scelto non certo su indicazioni di Rivers, grande fisico e decente tecnica individuale, ma del tutto incapace di giocare da play e di far giocare la squadra; Rivers ha passato almeno due anni provando a tirarne fuori un playmaker da NBA, alla fine, disperati, sono riusciti a piazzarlo nella trade che ha portato con lui a Minnesota Blount e Davis e il ragazzo con un bel finale di stagione ha strappato un bel contratto in quel di Phoenix dove ha passato la stagione fisso in panchina, dimostrando che i giudizi tecnicamente negativi di Rivers erano piuttosto azzeccati.
Esempio numero due: la difesa. Rivers, da giocatore, era noto per la sua grande attitudine difensiva, quindi un suo disinteresse per tale aspetto del gioco da allenatore sorprende.
Ammesso che le sue preferenze siano per un gioco votato all’attacco, mi pare evidente che in un gruppo di giovani e giovanissimi senza veterani con grande attitudine difensiva sia difficile costruire un sistema difensivo stile Spurs.
Prendiamo il nostro amato Al Jefferson, già i suoi fondamentali difensivi erano limitati, ha avuto poi problemi di mobilità prima dell’intervento agli speroni ossei delle caviglie e si pretendeva che potesse anche chiudere su errori e buchi difensivi dei suoi “piccoli”?
Ovvio che commettesse falli a ripetizione, come il suo compagno di reparto Perkins, per non ricordare le difficoltà sui pick and roll, dovute, molto spesso più a cattive interpretazioni della posizione in campo che a errate indicazioni e istruzioni dalla panchina.
Concluderei che se Rivers non è il migliore tra i coach NBA per quanto relativo a “X and O’s”, sono altrettanto convinto che per le squadre moderne l’importanza di un allenatore è relativa perché l’NBA è una lega di star ed è fondamentale, invece, riuscire a gestirle al meglio, senza snaturare le loro doti ed esaltandone le capacità.
Cosa mi aspetto da lui? Che riesca senza troppa fretta a far convivere il nostro “trio” di stelle, costruendo un gioco offensivo piacevole che sfrutti al meglio le tante doti dei tre.
Difensivamente che possa smentire quanti lo ritengono incapace di lavorare sulla difesa, utilizzando il nuovo guru difensivo assunto come suo assistente, Thibodeau, e le indubbie capacità di alcuni dei nostri giocatori.
Con la realizzazione di queste premesse il record potrà essere positivo, anche senza fretta di vedere da subito strisce di vittorie positive: conterà vincere nella seconda parte della stagione e nei PO.
|