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Presentazione Roster: Doc Rivers PDF Stampa E-mail
Scritto da Michele Pulcini   
lunedì 01 ottobre 2007
L'anno della verita per Rivers. Dopo due stagioni in cui verso il coach sono stati mossi molti dubbi, Rivers si trova indubbiamente di fronte all'occasione della vita, con la pericolosa controindicazione che non ci sono grandi margini di errore.

Glenn “Doc” Rivers nasce a Chicago il 13 ottobre 1961 e deve il suo soprannome alla circostanza di indossare una maglia da gioco del mitico Julius “Doc” Erving ai tempi degli allenamenti liceali, di conseguenza il passo fu breve per vedersi appioppato (dal grande coach Rick Majerus) lo stesso appellativo del suo idolo dell’epoca.

La sua carriera è stata molto buona al famoso liceo di Proviso East, permettendogli di scegliere l’università di Marquette nel vicino Wisconsin che frequenta per tre anni conseguendo la laurea in scienze politiche e mettendosi in mostra fino a valere la scelta numero 31 al secondo giro (!) da parte di Atlanta nel 1983.

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La sua carriera NBA è stata di notevole spessore nel corso dei tredici anni passati tra Atlanta, San Antonio, Clippers e New York, nel corso dei quali partecipa anche all’All Star Game del 1988, chiusa con 10,9 punti, 5,7 assist e 3 rimbalzi di media in carriera in 864 partite giocate, oltre a 81di play offs.

La sua storia di giocatore è stata, quindi, di indubbio successo, nonostante una brutta disavventura a sfondo razziale in quel di San Antonio, con la casa bruciata, a causa del suo matrimonio con una donna bianca.

L’excursus di carattere storico serve solo per evidenziare che Rivers ha un pedigree come giocatore di tutto rispetto, che gli ha permesso di conquistarsi il rispetto dei suoi giocatori dopo aver intrapreso la carriera di coach a Orlando nel 1999, con un’esperienza che è durata quattro anni, nel corso dei quali il suo record è stato di 171/168, con tre partecipazioni ai Play Off (2001, 2002 e 2003) eliminato sempre al primo turno: esperienza tuttora controversa, perché ha avuto squadre effettivamente senza grandi nomi e senza lunghi (i centri titolari si chiamavano Ameache, Doleac, il giovanissimo Wallace, DeClerk), con le quali ha ottenuto il massimo di quanto potevano dare, perché il quintetto del primo anno era composto addirittura da quattro giocatori non scelti al draft e il record di 41/41 gli ha consentito di meritare il riconoscimento di Allenatore dell’anno.


In quegli anni il lavoro non è stato semplice, con gli infortuni a Grant Hill, e, nel suo ultimo anno, il record di 42/40 è stato ottenuto alternando 21 (!) quintetti di partenza diversi per problemi fisici di vario genere.
Il licenziamento da parte di Orlando arriva per una pessima partenza e un rapporto con la sua star McGrady non idilliaco (poi senza di lui l’annata di Orlando si chiuse comunque con un pessimo 21/61), e poi TMac non è riuscito a legare anche con altri allenatori successivi.

Poi un periodo come commentatore televisivo e la chiamata da parte di Ainge il 29 aprile 2004, il resto è storia a noi ben nota, fino all’allungamento contrattuale di questa primavera, che dovrebbe permettergli ancora due anni alla guida dei Celtics.

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La situazione a Boston è, però, totalmente cambiata dal 10 maggio, data della firma, al 31 luglio, data dell’arrivo a Beantown di Kevin Garnett.
Il prolungamento contrattuale non è stato accolto bene dalla maggioranza dei tifosi biancoverdi, che hanno dato a Rivers la maggior parte, se non tutte, le colpe per le ultime due stagioni poco brillanti e senza Play Off.
La motivazione più ricorrente alla base della nuova firma proveniva dal grande lavoro nei confronti della stampa, dalla quale è stato molto maltrattato, e del gruppo, tenuto comunque compatto nelle difficoltà.

Un allenatore che ha lavorato attraverso le avversità anche nella sua prima esperienza, così come nell’ultima irreale stagione bostoniana, ma al quale sono state mosse molte e pesanti critiche.


Se volessimo credere a tutti, ci troveremmo di fronte a un incapace pressoché totale: mancanza di impostazione del gioco in attacco e in difesa, rotazioni cervellotiche, punitive e penalizzanti per i giovani da sviluppare, difficoltà tattiche nella gestione dei finali e delle situazioni a gioco fermo (tipo le rimesse), predilezione per il gioco in velocità a prescindere dalla presenza di interpreti adatti, poca fiducia nei giovani e forse mi dimentico altre carenze.


A mio parere, invece, a Rivers vanno riconosciuti grossi meriti nella gestione umana dei giocatori, l’ottimo rapporto con Pierce e con altri veterani come, per esempio Gary Payton, la crescita di alcuni tra i moltissimi giovani anche con un relativo aiuto dei veterani del gruppo, perché poco adatti a insegnare, oppure perché assenti per infortuni più o meno gravi.
In più, ovviamente, una grande fedeltà aziendale che lo ha portato a esporsi personalmente per due anni alle critiche di tutti, senza poter evidenziare più di tanto che i tantissimi giovani che DOVEVA far crescere per creare “merce di scambio”, avevano molti limiti tecnici e caratteriali, nonché pochissime idee di cosa fosse il basket NBA.
Molti tra i difetti e gli errori tecnici imputati a Rivers, infatti, sono figli delle difficoltà di mettere in campo quintetti pieni di ragazzini nei primi due/tre anni di carriera, in una lega in cui l’esperienza è fondamentale.
In più la questione infortuni, molto presente e che ha ulteriormente reso complessa la costruzione di un sistema di gioco valido.

Parliamoci chiaro, perché un Pat Riley ama le squadre di veterani? Perché c’è poco da insegnare e allenare le partite che contano è più semplice: qualche esempio.

Ricorderete tutti Marcus Banks, scelto non certo su indicazioni di Rivers, grande fisico e decente tecnica individuale, ma del tutto incapace di giocare da play e di far giocare la squadra; Rivers ha passato almeno due anni provando a tirarne fuori un playmaker da NBA, alla fine, disperati, sono riusciti a piazzarlo nella trade che ha portato con lui a Minnesota Blount e Davis e il ragazzo con  un bel finale di stagione ha strappato un bel contratto in quel di Phoenix dove ha passato la stagione fisso in panchina, dimostrando che i giudizi tecnicamente negativi di Rivers erano piuttosto azzeccati.
Esempio numero due: la difesa. Rivers, da giocatore, era noto per la sua grande attitudine difensiva, quindi un suo disinteresse per tale aspetto del gioco da allenatore sorprende.

528845.jpgAmmesso che le sue preferenze siano per un gioco votato all’attacco, mi pare evidente che in un gruppo di giovani e giovanissimi senza veterani con grande attitudine difensiva sia difficile costruire un sistema difensivo stile Spurs.

Prendiamo il nostro amato Al Jefferson, già i suoi fondamentali difensivi erano limitati, ha avuto poi problemi di mobilità prima dell’intervento agli speroni ossei delle caviglie e si pretendeva che potesse anche chiudere su errori e buchi  difensivi dei suoi “piccoli”?


Ovvio che commettesse falli a ripetizione, come il suo compagno di reparto Perkins, per non ricordare le difficoltà sui pick and roll, dovute, molto spesso più a cattive interpretazioni della posizione in campo che a errate indicazioni e istruzioni dalla panchina.

Concluderei che se Rivers non è il migliore tra i coach NBA per quanto relativo a “X and O’s”, sono altrettanto convinto che per le squadre moderne l’importanza di un allenatore è relativa perché l’NBA è una lega di star  ed è fondamentale, invece, riuscire a gestirle al meglio, senza snaturare le loro doti ed esaltandone le capacità.
Cosa mi aspetto da lui? Che riesca senza troppa fretta a far convivere il nostro “trio” di stelle, costruendo un gioco offensivo piacevole che sfrutti al meglio le tante doti dei tre.
Difensivamente che possa smentire quanti lo ritengono incapace di lavorare sulla difesa, utilizzando il nuovo guru difensivo assunto come suo assistente, Thibodeau, e le indubbie capacità di alcuni dei nostri giocatori.
Con la realizzazione di queste premesse il record potrà essere positivo, anche senza fretta di vedere da subito strisce di vittorie positive: conterà vincere nella seconda parte della stagione e nei PO.

Commenti (16)add comment

Diego Lentini ha scritto:

  Bell'articolo Michele che meriterebbe approfondimenti maggiori, ma sonm convinto che non mancheranno nel corsa della stagione. Probabilmente il punto più significativo sta nell'esempio di Banks e mi risulta che quasi tutto il materiale umano passato dalle mani di Rivers, non abbia fatto faville altrove: A Minnesota, tanto per citare il più recente, non mi sembra stiano festeggiando giorno e notte, anche se è solo preseason
commento inserito alle 11:52 del 19 ottobre 2007

Enzo Mugnolo ha scritto:

  Bravo Michele. L'artcolo sul Doc ti spettava di diritto...
Ma, ad essere pignoli, hai omesso quella parentesi dell'esperienza bostoniana in cui si ostinava a far partire in quintetto il duo Lafrentz-Blount. Nessuno potrà mai dire se fosse più giusto buttare nella mischia, da subito, i vari Perkins, BigAl e Gomes che premevano alle spalle, ma a me quei quintetti piacevano poco. Stay tuned, per me il Doc quest'anno farà bene: e dimostrerà che non si diventa coach of the year per caso.
commento inserito alle 12:10 del 19 ottobre 2007

Leonardo Ancilli ha scritto:

  Credo che il Doc sia molto più adatto a gestire un roster come quello di quest'anno che quelli del recente passato. Come dice Enzo una certa prudenza usata con alcuni dei giovani dl di fuori sembrava avere poco senso al punto che alcune esplosioni sono coincisi con infortuni di altri.

Però il passato è passato, a livello umano sono più che sicuro che il Doc sia tra i migliori a gestire la situazione attuale, rispetto ad un paio di anni fa gli hanno messo intorno due assistenti con i controcazzi come Thibodeau e Clifford Ray, il che non è poco, adesso per lui rimane da abbatere il tabu playoff dove oltre ad essere a zero serie vinte in carriera, è stato spesso messo sotto accusa per non aver mai prodotto gli adeguamenti giusti a serie in corso. Forza Doc smentisci pure questa cosa e il banner 17 è li che ci aspetta ! smilies/grin.gif
commento inserito alle 13:05 del 19 ottobre 2007

Alberto ha scritto:

  Ciò che dice Leonardo lo condivido in pieno specie sul discorso Playoff e dei due assistenti.
Vorrei che il Doc ci facesse vincere mettendoci del suo per quanto riguarda le decisioni sul campo e non soltanto per gli ottimi rapporti che riesce a tenere con i giocatori.
Come disse Michele nella NBA vincono i giocatori e non il coach.
Condivido in parte questo discorso e, tifo a parte, preferisco un coach vincente come Red Auerbach che ci ha messo molto del suo che un maestro Zen qualsiasi che ha ottenuto gli stessi risultati con il più grande di sempre prima e due dei più grandi di sempre dopo.
commento inserito alle 13:57 del 19 ottobre 2007

Andrea Del Vanga ha scritto:

  D'accordo con Enzo e Leo.Di errori il nostro in passato ne ha commessi a bizzeffe ma anche io, come molti di voi, ho l'impressione che in questo contesto (e con dei bravi vice come thibodeau che curano la difesa) Rivers possa far bene. Ancora una volta speriamo che la "vision" di Ainge sia superiore a quello che negli anni scorsi suggeriva il buon senso e la faciloneria di tifosi come noi, ovverosia cambiare Rivers per 1 allenatore piu' esperto.
commento inserito alle 14:00 del 19 ottobre 2007

Alberto ha scritto:

  Andrea, quello che molti tifosi (noi compresi) chiedeva riguardo a Rivers era SACROSANTO.
Se Boston avesse scelto alla 1 o alla 2 a quest'ora Rivers avrebbe le settimane contate perchè non avrebbe mai avuto la squadra che si ritrova in mano e che, DA SOLA, gli toglierà tante castagne dal fuoco.
Ainge è stato MAGISTRALE per quello che ha fatto dopo la scelta n°5 altrimenti nel caso che ho citato poco sopra sarebbe andato avanti con il piano originale di una squadra giovane e vincente per molti anni.
commento inserito alle 15:37 del 19 ottobre 2007

Enzo Mugnolo ha scritto:

  Alberto,
io la vedo diversamente sul piano originario di Ainge. Secondo me, il buon GM non ha mai sposato la pista "a tutta giovani"; egli, come ho più volte opinato su queste pagine, ha semplicemente cercato di accrescere il portafoglio del proprio organico accumulando scelte al draft, talento, contratti in scadenza, etc. da spendere, all'uopo, per la costruzione di una squadra vincente.
Ainge non ha mai pensato che ci fosse un unico modo per ricostruire (via draft/via FA/via trade); ha solo capito (cercando di implementare il concetto) che la migliore strada da percorrere era quella di accumulare valore ad ogni occasione che si è presentata, anche a scapito dei risultati sul campo (leggasi chimica di squadra e quasi-tanking). Lo ha fatto rischiando (v. scelte al draft) e sbagliando (v. estensione contrattuale a Blount); ma lo ha fatto con coraggio e, a prescindere dai risultati che otterrà in futuro, lo ha fatto con successo perché, anello o non anello, ha promesso una squadra che può giocarsela fino in fondo e così è stato.
commento inserito alle 16:10 del 19 ottobre 2007

Alberto ha scritto:

  D'accordo Enzo ma non vorrai mica farmi credere che il buon Ainge se avesse preso Oden o Durant li avesse scambiati per formare una squadra come quella di adesso!
Secondo me inizialmente la linea era quella dei giovani, come ha fatto, sperando di trovare almeno una stella (Jefferson) da affiancare a Pierce e con il resto di buoni giovani futuribili (Gomes-Green-Rondo-Perkins) arrivare a qualche veterano per migliorare la squadra e far felice il Capitano che, incredulo anche lui dopo le trades estive, aveva chiesto soltanto qualche veterano.
Tu pensa ad un quintetto come questo: RONDO-PIERCE-DURANT/VETERANO?-JEFFERSON-ODEN/VETERANO? e dimmi se, prima dell'arrivo di Allen e KG i tifosi dei Celtics e Pierce compreso non sarebbero stati strafelici.
commento inserito alle 17:10 del 19 ottobre 2007

Michele Pulcini ha scritto:

  Alberto, sono tutte congetture, perchè l'unica certezza, come ricordato da Enzo, è il progetto di rendere la squadra competitiva attraverso trade nelle quali inserire i nostri giovani, il più possibile valorizzati.

Però, visto che giochiamo, io credo che Ainge avrebbe tenuto Oden o Durant, scambiando qualcun'altro per inserire comunque qualche veterano, al limite anche scambiando lo stesso Pierce che, a quel punto, poteva non condividere l'attesa di un altro paio di anni.

Ma sono tutte congetture, sulle quali scrivere, ma senza riprova: anche se la mia idea di fondo è che Ainge sapeva che solo il 20% di probabilità con Oden erano poca cosa e la trattativa per KG era già stata avviata.
commento inserito alle 17:23 del 19 ottobre 2007

Alberto ha scritto:

  Comunque scurdamm'c o ppassat e godiamoci questa corrazzata.
commento inserito alle 17:31 del 19 ottobre 2007

Leonardo Ancilli ha scritto:

  La bravura di Ainge secondo me è stata proprio quella di presentarsi alla lotteria con piano A e Piano B, ossia se arrivava la botta di culo si prendeva Oden o Durant (parere personale sarebbe stato forse l'unico GM che alla 1 avrebbe preso Durant) aggiungendoli ai giovani buoni e proseguiva per la sua strada, e il piano B lo abbiamo davanti agli occhi, però per mettersi nelle condizioni di arrivare ad avere anche un piano B, ha fatto negli anni scelte allora criticatissime da tifosi, tipo la rinuncia a Roy, lo scambio con minnesota con Wally, il mancato rinnovo di Ciccio Walker nel 2005. Adesso ci è tutto più chiaro e questo lo dico che a me il piano A sarebbe piaciuto quanto questo o quasi, però negli ultmi anni Ainge è stato letteralmente messo in croce più che dai tifosi Celtics da tutto il resto dell'ambiente NBA, quell'ambiente NBA che ora lo osanna a mago dei GM.
A volte credo portare un attimo di pazienza nei giudizi forse è la miglior cosa, anche se noi siamo tifosi e tali rimaniamo con tutti i pregi (passionalità) e i difetti del caso (ossia analisi spesso focose e basate sul momento).

Tra le magate di Ainge mi ripeto aggiungiamoci anche l'aver portato a Boston due santoni del calibro di thibodeau e Clifford Ray, perchè credetemi quesi due valgono tantissimo nell'economia di questi Celtics.
commento inserito alle 17:51 del 19 ottobre 2007

Enzo Mugnolo ha scritto:

  Il punto è che Ainge non aveva individuato degli obiettivi precisi (giovani, veterani) ma si era dato un modus operandi; faceva poca differenza se, alla fine, ci si sarebbe accorti che valeva più la pena cedere Pierce o scambiare i giovani
commento inserito alle 17:58 del 19 ottobre 2007

Leonardo Ancilli ha scritto:

  Secondo me la filosofia di fondo di Ainge è che non gli interessava minimamente essere una squadra di medio alto livello senza la possibilità di vincere il titolo, ma che voleva o oggi (situazione attuale) o tra 5 anni (giovani Oden o Durant) lottare concretamente per il titolo, e questo a costo di rischiare per alcuni anni un presente decoroso (vedi estate 2005) a favore di un presente incerto in cui sostanzialmente mirava più ad accumulare assett spendibili in futuro sul mercato, che a vincere 40 o 45 W.
commento inserito alle 18:15 del 19 ottobre 2007

andrea ha scritto:

  andiamo in finale e io dico....grande Doc sei il nostro guru!!! usciamo al primo turno di paly off e dico...lo sapevo...Doc sei la nostra rovina...d'altronde italiano sono no???? smilies/grin.gif
commento inserito alle 19:16 del 19 ottobre 2007

alexkain ha scritto:

  Bell'articolo che per molti versi è condivisibile ,ma a me il Doc non piace : in difesa non ha giocatori bravi ,ma di organizzazione difensiva non si parla, in attacco giocavamo il "Go To Guy" classico col fatto che ogni tanto non si aveva nessuno da cui andare , certo non aveva un gran che ma nemmeno ha fatto nulla per coprire le magagne... Ora come dice Leo ci sono i due assistenti che effettivamente sono i migliori in circolazione e 3 che anche senza schemi vincono le partite, ma contro quelli ad Ovest e qualcuno ad est ( Pistons e forse Chicago se si inquadrano) qualcosa il Doc ce lo deve mettere in particolare nei PO e lì vedremo se negli ultimi 2 anni ha imparato qualcosina di questo sport oppure no...
commento inserito alle 22:13 del 19 ottobre 2007

DNGMRZ ha scritto:

  sul sito Nba http://www.nba.com/preview2007/bos.html fanno una simulazione con NBA live....
non vi dico come finisce......
commento inserito alle 23:41 del 19 ottobre 2007

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