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Pollard arriva a Boston,per (ri)dare corpo alle sue ambizioni. Epigono di Dennis Rodman per sregolatezza, non certo per il genio: quello rimane tutto da dimostrare, o quasi.
In nove anni di carriera da professionista, Scot L. Pollard, classe 1975, ha vestito quattro casacche diverse (quella dei Celtics è la quinta), pur essendo stato sotto contratto con cinque franchigie, in tutto. Ma andiamo per ordine.
Il primo atto dell’avventura di Scot nella Lega si consuma a Detroit: i Pistons lo selezionano infatti al Draft del 1997 (diciannovesima scelta assoluta) e, almeno a giudicare dalle cifre della stagione che segue, non fanno un buon affare. In tutto, il ragazzo da University of Kansas (e nativo di Murray, Utah) mette a referto 317 minuti, 89 punti e 74 rimbalzi.
Detroit mette in piedi una trattativa che porta Pollard ad Atlanta in cambio dei diritti su Christian Laettner, ma Scot viene tagliato dal roster appena un mese dopo.
Poco male: a Sacramento c’è chi lo vuole e, senza esitazioni, Pollard sposa la causa dei Kings, che stanno allestendo una squadra niente male.
Ci sono Divac e Webber sulla cresta dell’onda, tanto per capirci, e il neoacquisto dei Celtics (contratto annuale: Ainge ha inaugurato la politica del “fidarsi è bene, però…”) vive, nella capitale della California, i suoi anni migliori.
All’ombra di giocatori indubbiamente più bravi di lui, certo, ma la panchina è importante: Pollard è grande soprattutto a rimbalzo e nella stagione 2001-02 mette a segno più rimbalzi (565) che punti (509). È segno che il ragazzo ha una certa cattiveria, sotto i tabelloni: dote rara e preziosa, in questi tempi.
Nel 2003, Scot torna nella Eastern Conference: a volerlo sono i Pacers, alle prese con l’ennesimo tentativo di allestire una squadra che possa portare nella terra degli Hoosiers (e di Larry Bird) il primo, sospirato Anello.
Il tentativo, come è noto, non va in porto: Pollard dà un contributo marginale alle (poche) glorie dei Pacers, ma in compenso si diverte e diverte con le sue strambe acconciature, un tempo patrimonio di una superstar del calibro di Rodman.
Ultimo (importante) atto del viaggio di Scot: l’annata 2006-07 a Cleveland.
Il suo minutaggio è ormai assai ridotto, in regular season come nei play-off, ma arrivare alle Finali Nba (e perderle) sarà stato istruttivo e interessante tanto per lui quanto per LeBron James.
Per Pollard vale adesso lo stesso discorso fatto per Eddie House: si tratta di due acquisti importanti per rafforzare il cast di supporto, ma sulla testa di Scot pende la spada di Damocle dei numerosi infortuni che hanno condizionato la sua carriera fino ad oggi.
Il lungo da Murray, inoltre, è stato compagno di squadra di Paul Pierce a Kansas: The Truth ha dichiarato di aspettarsi un Pollard con un taglio di capellli Mohawk-style, naturalmente in verde. Per il momento, PP deve accontentarsi di una foto ufficiale in cui Scot appare accanto a Eddie House, barba e capelli assolutamente nella norma.
Per l’ex-Cavaliers, l’esperienza a Boston potrebbe essere l’occasione per rilanciare le sue quotazioni (piuttosto basse, in verità) o per compiere un passo d’addio dalla Nba che conta.
Tutto qui? No, perché Scot è uno dei pochi veri anticonformisti della Lega.
L’aneddotica su di lui si spreca. Si dice infatti che abbia già scelto il suo bravo numero per esordire con i Celtics: il 66, per la cronaca.
Motivazione addotta: “Tutti gli altri f… numeri sono stati già presi”.
Niente di strano, in fondo, per uno che, nello scorso marzo, durante un time-out di 20 secondi chiamato nel bel mezzo di Cleveland-Indiana, se ne esce con un bel ragazzi, facciamoci, rivolgendosi ai suoi compagni di squadra.
Con buona pace del Vlade Divac che esortava play sports, don’t play drugs in un spot antidroga della Nba.
Pollard ha naturalmente detto di aver soltanto scherzato, ma non tutti sono stati disposti a credergli.
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