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Questa è la storia di uno che mai e poi mai avrebbe desiderato di
finire a Boston, e che con i Celtics avrebbe conquistato dieci titoli
Nba in dodici anni di carriera da professionista. Strano ? No, è tutto
vero. La storia merita di essere raccontata per intero.
Questa è la storia di uno che mai e poi mai avrebbe desiderato di
finire a Boston, e che con i Celtics avrebbe conquistato dieci titoli
Nba in dodici anni di carriera da professionista. Strano ? No, è tutto
vero. La storia merita di essere raccontata per intero.
Sam
Jones, classe 1933, era un promettente giocatore di college che
figurava tra gli ‘eleggibili’ al Draft 1957. I Green, con Red Auerbach
in panchina e Bill Russell in campo, avevano appena conquistato il
primo Anello della loro storia.
Jones proveniva da una
misconosciuta università della Carolina del Nord, il North-Carolina
Central, un college che potremmo definire di serie B nel panorama
accademico americano.
Il ragazzo non immaginava di poter
essere scelto dalla franchigia campione del mondo in carica, e sarebbe
senz’altro andata così, se Auerbach non avesse deciso di non visionare
personalmente i giocatori da scegliere al Draft di quell’anno: Jones fu
l’ottava scelta assoluta, e fu chiamato proprio dai Boston Celtics, i
quali selezionarono altri tre giocatori che però non avrebbero mai
calcato i parquet della Nba.
Trovarsi
in mezzo ad altri undici campioni (il ragazzo da NCCU fu in pratica il
solo innesto in vista della stagione 1956-57) era una sensazione
elettrizzante, ma il rischio di bruciarsi era notevole: Jones se ne
rendeva perfettamente conto, e tale consapevolezza fu probabilmente
l’arma che gli consentì di superare il difficile “esame di maturità”
che per tutti i rookie (ma soprattutto per lui) era la prima stagione
da professionista.
I Celtics pagarono forse lo sforzo
dell’anno precedente e persero alle Finali contro Saint Louis:
dolceamara soddisfazione per Ed Macauley, centro degli Hawks
‘scaricato’ due anni prima per far posto a Bill Russell, e preziosa
esperienza per Jones, che era stato utilizzato relativamente poco in
regular season ma si era fatto rispettare: nel ruolo di guardia, la
precedenza toccava, nelle scelte dell’allenatore, a Bob Cousy e Bill
Sharman, peraltro.
Per lui, trovare spazio non era impresa
facilissima, ma il suo modo di giocare a basket era piaciuto: nel
secondo anno a Boston, Jones mise a referto 20.6 minuti,10.7 punti e
6.0 rimbalzi in media a partita. Il numero 24 era evidentemente entrato
nelle corde di Auerbach, il quale non ebbe davvero a rimpiangere la sua
scelta. I suoi punti di forza? Il tiro in sospensione e un’incredibile
propensione a “metterla dentro” nei momenti decisivi di una gara: dote
che, a conti fatti, ben pochi giocatori nella storia del Gioco hanno
dimostrato di avere.
Non
solo: Jones è uno dei cestisti che hanno vinto di più nella storia
della Nba: dieci titoli vinti in dodici stagioni, a riprova di una
continuità di rendimento pari soltanto a quella che ebbe Bill Russell,
che non a caso era suo compagno di squadra e di Anelli ne conquistò
undici.
Interpreti
del suo stesso ruolo, durante gli anni Sessanta, erano Oscar Robertson,
Jerry West, Hal Greer: inutile dire che Jones fu il più vincente in un
lotto di giocatori dalla classe purissima.
D’altra parte, a lui solo spettò un soprannome che la diceva molto lunga sulla sua efficacia: The Shooter.
I
suoi 51 punti nella gara contro Detroit del 29 ottobre 1965 sono lì a
testimoniare la bravura di un giocatore che ha capitalizzato certe sue
doti naturali attraverso l’impegno e l’attaccamento alla maglia. Una
vecchia malattia, conosciuta con il nome di Celtic Pride.
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