Se c’è una cosa che abbiamo
imparato negli ultimi quaranta giorni è che i tifosi vedono le cose in
un modo, ma il GM da dietro la sua scrivania non necessariamente le
vede come i tifosi, vuoi perché ha in mano le “redini del gioco” ma
anche perché ha in mano molti più elementi dei tifosi per gestire e
valutare le cose. Così se qualcuno in una serata di fine giugno avesse
affermato che in un mese ai Celtics sarebbero arrivati Ray Allen e
Kevin Garnett sarebbe andato di sicuro incontro ad un linciaggio
pesante.
I tifosi dopo la disastrosa scorsa stagione in preda
forse ai soliti “fumi da draft” e a tanto sconcerto propendevano più
per una drastica rifondazione con tanto di cessione di Paul Pierce,
anziché il piano caldeggiato proprio dallo stesso capitano, ossia
“basta giovani e rinforzi con veterani”.
Lo stesso Pierce
nella conferenza stampa di presentazione di Garnett ha palesemente
ammesso, oltre ad essere l’uomo più felice del mondo ed avere
l’entusiasmo di un rookie, che quando chiedeva rinforzi non si sarebbe
mai aspettato Allen e Garnett, due giocatori con cui (cosa abbastanza
singolare ma non credo casuale) lo stesso Pierce nelle estati passate
divideva lunghe serate di allenamento.
Provando
a fare un viaggio all’indietro, svestendosi i panni umorali dei tifosi
e indossando quelli più pragmatici dei dirigenti, credo si possa
affermare con certezza che il primo mattone di questo presente
eccitante fu messo la scorsa estate con il rinnovo di Paul Pierce,
rinnovo che dietro ad un contratto vicino ai 20M$ annui lo rendeva di
fatto incedibile a meno di svendite alla Iverson, ma soprattutto dati i
29 anni di Pierce faceva capire che il presente non poteva essere meno
importante del futuro. Ne è seguita una stagione sciagurata dal punto
di vista degli infortuni che forse ha fatto perdere di vista la strada
principale, concedendosi una piccola deviazione in zona lotteria dove,
se pescati uno tra Greg Oden e Kevin Durant, si sarebbe forse stati
chiamati ad una scelta più orientata verso i giovani, ma come noto le
palline da ping pong e il verde non vanno d’accordo e la lotteria ci
rifila la peggiore delle combinazioni.
Da lì in poi Ainge
merita la “beatificazione”, ritrovandosi per le mani argomenti
convincenti accumulati negli anni precedenti (segno che il suo lavoro
non era così da buttare come in molti sostenevano) porta prima a Boston
Ray Allen, lasciando un pò spiazzati noi tifosi per oltre un mese, e
poi mette in scacco matto mezza NBA portando Garnett a casa tra lo
stupore generale.
In molti, per “giustificare” il passaggio di
Garnett in verde, hanno tirato fuori le scuse più assurde, da una
presunta complicità di Kevin McHale in nome del suo passato in maglia
biancoverde passando per assurde ed inesistenti pressioni di Stern,
fino a scomodare un complotto tra alcuni degli agenti più importanti.
La
verità credo invece sia davanti agli occhi di tutti, ossia la proprietà
di Minnesota ha chiaramente dato l’input di cederlo ad est, Boston
aveva chiaramente la miglior contropartita, ma soprattutto aveva pure
in mano il Jolly ossia una scelta futura di Minnesota arrivata a
Boston, senza che nessuno gli desse il giusto peso in uno degli scambi
che sono valsi più critiche ad Ainge, ma tale scelta alla fine è stata
la chiave insieme ad Al Jefferson per portare il “bigliettone” a
Boston, perché dal momento che cedendo Garnett Minnesota procedeva ad
una drastica rifondazione, non poteva certo permettersi il lusso di
vedere scegliere al proprio posto qualcun’altro in due dei prossimi
cinque draft (una scelta è in mano ai Clippers), e quindi per forza di
cose McHale doveva riportare quella scelta a casa, e così è stato.
Un
ruolo importante in tutta la vicenda lo ha avuto Ray Allen, giocatore
che deve ancora vestire per la prima volta sul parquet la casacca
biancoverde, ma che è stata la chiave dal punto di vista umano per
convincere Kevin a venire a Boston; visti i noti dubbi del neo numero
cinque, Allen lo ha rassicurato della qualità della città rimarcando
che l’ambiente biancoverde, oltre ad essere eccitante, ha “un che di
speciale che lo rende diverso da tutte le altre franchigie”.
L’est non è più lo stesso
E’
opinione pressoché unanime che l’arrivo di Garnett e Ray Allen a Boston
stravolge del tutto la geografia della Eastern Conference dove in
passato spesso è bastato avere solo una buona squadra per arrivare in
finale o ad un soffio da essa. Se per ora è presto per lanciarsi in
pronostici dal momento che gli stessi Celtics sono ancora a caccia di
giocatori di contorno, intanto però si può registrare il fatto che da
molte parti si mastica amaro.
Partiamo da Chicago che per un
paio di anni sembrava dover essere la metà naturale di Garnett, buoni
giovani buona flessibilità, era la città dove Garnett giocava al liceo,
insomma sembrava che gli astri fossero ben allineati per loro, ma in
verità con Garnett non ci hanno neppure mai provato visto che Skiles e
Paxson non se la sentivano di cedere alcuni dei giovani migliori, ma
questo poi a tifosi e Media glielo spieghi male quando Garnett arriva
in una squadra delle tue stessa conference per una contropartita che
almeno a livello tecnico poteva essere messa insieme anche a Chicago.
Animi
agitati anche a Detroit dove qualche penna importante ha preso la palla
al balzo per criticare l’immobilismo dei Pistons sul mercato, ma
soprattutto per ripartire alla carica contro il sicuramente poco amato
Flip Saunders. I Pistons sulla carta potrebbero essere i più forti
dell’est ma è chiaro che l’ambiente è fragile e negli ultimi due anni i
playoff sono stati persi per una mentalità di squadra ben lontana
dall’accettabilità quando si gioca per il titolo. Per di più gli anni
passano, la squadra non è più giovanissima e quindi Garnett in verde
rappresenta un nuovo punto interrogativo sul loro futuro.
Per
la serie “nessuno me lo ha chiesto ma ve lo dico lo stesso” da New York
Stephon Marbury ci fa sapere che a lui i Celtics non fanno paura,
oserei dire meno male, perché a Boston se c’è una squadra che non
spaventa nessuno sono proprio i suoi Knicks che magari non saranno più
il materasso delle passate stagioni, ma che sembrano comunque un
gradino al di sotto delle prime della conference.
Chi
attendeva qualcosina da Miami è andato deluso, il trio Shaq Wade Riley
è dotato di troppo intelligenza per commentare qualsiasi cosa del
genere, ben consci che ogni parola potrebbe essere in seguito
riproposta dalla stampa in momenti poco graditi. Tutti a chiedersi
chissà come la pensa Antoine Walker ma anche lui non dice molto se non
che gli piacerebbe chiudere la carriera a Boston, forse il ragazzo deve
aver affermato ciò in un momento di caldo visto che non più di un anno
fa aveva riversato sui Celtics ogni tipo di veleno, invitando pure
Pierce ad andarsene … però si sa il mondo cambia in fretta.
Se
c’è un posto dove l’arrivo di Garnett ai Celtics ha provocato un mezzo
terremoto è invece sull’altra costa degli States e più precisamente ai
Lakers, dove il solito Kobe che aveva già fatto la bocca a portare KG a
Los Angeles, è andato letteralmente su tutte le furie partendo con una
nuova raffica di minacce tra cui una molto ben mirata in cui afferma
tra le righe che vuole essere ceduto ai Suns. Chiaramente non possiamo
non essere contenti che ai Lakers si rosichi, ma io vado controcorrente
sperando che al buon Kobe siano dati dei seri rinforzi perché nel caso
(per nulla scontato) che i Celtics approdino in finale sarebbe molto
più eccitante trovarci i Lakers anziché gli “anonimi” Spurs
(storicamente parlando ovviamente), d’altronde per tutti noi la finale
“vera” è gialli contro verdi!
Ray Allen
In tutto
questo turbinio di emozioni è passato quasi in sordina l’arrivo a
Boston di un altro “super” come Ray Allen a cui tutto il mondo dei
tifosi biancoverdi debba delle scuse, visto che per un mese è stato
messo in discussione solo perché la trade che lo ha portato a Boston,
che sembrava fine a sè stessa, non avrebbe dato a Boston nè la
possibilità di vittoria immediata nè quella di rifondare sul serio. Ma
in tutto ciò l’uomo Ray Allen non aveva nessuna colpa, ma nel frattempo
ha già messo a segno il suo primo “winning shot” in maglia biancoverde,
visto che la sua opera di convincimento verso Kevin Garnett è poi
risultata la chiave per l’arrivo dello stesso Garnett a Boston. Io
credo che in questo terremoto nessuno si renda conto di quanto è forte
Ray Allen, ma avremo tempo per accorgercene sul campo.
Prove tecniche di Big Three
Premesso
che uso questo “nickname” ma non mi piace per nulla perché scomoda un
passato che sarà comunque impossibile da replicare, e che allo stesso
tempo non ho di certo lo status (e la fantasia) di inventarne un altro
(non andrei oltre uno scontato e blasfemo “The Trinity”), io non riesco
proprio a condividere i pur legittimi dubbi che in molti si pongono
sulla convivenza dei tre.
Negli ultimi 10 anni si sono visti
diversi tentativi di mettere insieme tre giocatori di alto livello, ma
nessuno di questi è neppure lontanamente paragonabile alla situazione
attuale di Boston. Il trio Olajuwon Barkley Drexler a Houston era più
in là con gli anni di quello attuale biancoverde, due dei tre avevano
già la pancia piena e Barkley era fisicamente agli sgoccioli, per di
più dietro loro tre non c’era veramente nulla.
Quelli di
Milwuakee di inizio millennio, tra cui c’era pure Ray Allen, erano
strutturalmente diversi, tutti e tre giocavano fuori e sotto le plance
quei Bucks non avevano nessuno degno di nome, ma nonostante questo in
un est più o meno al livello attuale arrivarono ad un soffio dalla
finale NBA.
Più recentemente si sono visti un paio di
tentativi a Washington, prima con Arenas Hughes Jamison e poi con
Arenas Butles Jamison, ma qui siamo chiaramente ad un livello di
talento nettamente inferiore a quello attuale di Boston, e per di più
anche qui nessuno di loro e neppure lontanamente un fattore in post
basso come lo è attualmente Kevin Garnett.
Ma quello che mi fa
avere un ottimismo sfrenato e non mi fa condividere la tanta prudenza
di molti è il fatto che i nostri “Big three” a mio modo di vedere sono
“clamorosamente complementari”, Ray Allen è un giocatore sublime nel
gioco lontano dalla palla, che ama riceverla dopo un’esecuzione al
momento del tiro, Garnett è uno che dal post basso crea un notevole
mole di gioco, e quando si porta in post alto per giocare situazioni di
Pick N’Roll diventa quasi immarcabile, Pierce invece ama giocare con la
palla in mano, sa crearsi un tiro in un metro ma con le sue
penetrazioni spesso crea molto pure per gli altri. Tutti e tre sono dei
“clamorosi” passatori per il ruolo, e nessuno dei tre ha mai dato
particolari sintomi di egoismo neppure in situazioni deficitarie come
quelle che hanno vissuto negli ultimi anni. Kevin Garnett è forse
quello insieme a Duncan che, tra i giocatori da top ten, pretende meno
palloni e meno tiri, insomma una situazione a mio modo di vedere ideale
per i tre al punto che non mi stupirei affatto se alla fine Ray Allen
risultasse dei tre quello che segna di più.
Poi c’è il fattore
emotivo, ossia i tre ad oggi non hanno vinto nulla e tutti e tre al
massimo hanno giocato la finale di conference, quindi viste le loro
situazioni contrattuali e le loro carte d’identità è più che educato
pensare che si trovano di fronte alla loro ultima concreta possibilità
di infilarsi un anello da protagonisti e che il loro eventuale e remoto
piano B prevede solo un eventuale riciclaggio tra qualche anno in stile
“Gary Payton a Miami” ossia andare a giocarsi un titolo con un ruolo
molto marginale.
Altro indizio che depone a favore del mio
ottimismo è che i tre quando avuto una compagine di supporto almeno
decente sono andati in finale di conference, Garnett probabilmente
perse l’anello nel 2004 per il celebre infortunio a Sam Cassell, Ray
Allen nel 2001 e Pierce nel 2002 in pratica portarono le loro squadre
al massimo raggiungibile con l’organico a disposizione, quindi anche da
questo punto l’ottimismo non può essere spento dai tanti dubbi minori
che la situazione comporta.
E’ chiaro che una analisi completa
della situazione va fatta quando il roster sarà completo e il mercato
delle altre sarà chiuso, ma ad oggi me la sento di consigliarvi
caldamente che per ora i grattacapi vanno lasciati agli altri.
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