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Kentucky University è stata la culla di molte stelle del firmamento
Nba, in tutte le epoche del Gioco: Dan Issel, Taushaun Prince, Cliff
Hagan, Rick Robey, Pat Riley, tanto per citare cinque dei cinquantadue
Wildcats che hanno sfondato il muro dei 1.000 punti durante la loro
carriera al campius di Lexington.
In più, sette titoli Ncaa
(l’ultimo dei quali nel 1998) e l’onore di avere dato al basket pro un
giocatore che avrebbe scritto la storia della Prima Dinastia dei
Celtics: ladies and gentlemen, mr. Frank Ramsey.
Ramsey
approda alla UK nel 1950, e già l’anno dopo è uno dei protagonisti
della conquista del titolo Ncaa. Il momento di gloria, però, non è
destinato a durare molto: tre compagni di squadra di Frank sono
accusati e ritenuti colpevoli di avere ‘addomesticato’ l’andamento di
alcune partite dei Wildcats.
Il fine era quello di influire
sullo scarto nel punteggio finale tra loro e l’altra squadra: scarto su
cui molti scommettitori puntavano, con la possibilità di guadagnare
cifre più che discrete.
Il bel gioco durava da un bel po’ ma
finì: la Ncaa applicò, per la prima volta nella sua storia, la
cosiddetta ‘death penalty’, proibendo a UK di partecipare a qualsiasi
competizione organizzata sotto la sua egida.
Ramsey ottenne
il diploma nel 1953, venne scelto dai Boston Celtics al Draft ma decise
di rimanere a Lexington ancora per una stagione: il tempo di guidare
Kentucky a un rotondo 25-0 durante il torneo Ncaa. Prodezza tutto
sommato utile solo per le statistiche, visto che Frank e i suoi più
quotati compagni di squadra, ovvero Cliff Hagan e Lou Tsioropoulos, non
avrebbero potuto partecipare alle gare valide per l’assegnazione del
titolo. Erano tutti e tre già in possesso del loro bravo diploma. Senza
di loro, UK si vide praticamente costretta al ritiro.
La
prima stagione da professionista di Ramsey (1954-55) vide il ragazzo da
Corydon, Kentucky, segnare 11.2 punti e catturare 6.3 rimbalzi a
partita. Il numero 23 dei Green disertò i parquet Nba nei dodici mesi
successivi, per ottemperare ai suoi obblighi militari: tornato in
squadra, ebbe l’indubbio privilegio di trovare un certo Bill Russell in
sostituzione del pur bravo Macauley, nello spot di center. Una mossa
che da sola valeva molti titoli Nba, il primo dei quali arrivò proprio
nelle Finali del 1957.
Ramsey sarebbe stato una pedina fondamentale nello scacchiere di Red
Auerbach, che avrebbe guidato i Celtics alla conquista di sei titoli
consecutivi tra il 1958 e il 1964. Come sarebbe stato anche John
Havlicek, più tardi e con caratteristiche diverse, Frank era il
perfetto ‘sesto uomo’: un titolare che siede in panchina ed entra in
campo quando le varie circostanze del match lo richiedono, incidendo
spesso in maniera determinante sull’andamento della gara.
Un
ruolo che ha trovato pochissimi interpreti d’eccezione, non solo nella
storia della pallacanestro ma in quella di tutti gli altri sport di
squadra.
È utile sottolineare che il suo contributo alla
definizione di quel team da leggenda che fu quello della prima Dinastia
che la Nba conobbe, quella dei Boston Celtics 1957-1964, va ben al di
là dei 13.4 punti in media a partita di cui parlano le statistiche.
Ramsey fu il primo che, in silenzio, lavorò per il successo della sua
squadra in un ruolo subalterno a quello delle star – Russell e Cousy in
testa – ma nonostante, o forse appunto per questo, assai prezioso.
Naturale
che, una volta smessi i panni da giocatore, Ramsey si dedicasse
all’attività di allenatore: con i suoi Kentucky Colonels sfiorò il
titolo Aba nel 1971, ma non gli venne concessa una seconda chance.
Una piccola ingiustizia per uno che, dalla panchina, aveva dimostrato di saperci fare.
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