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Kevin Garnett a Boston PDF Stampa E-mail
Scritto da Christian Spazian   
mercoledì 01 agosto 2007
Se ne è parlato da parecchio tempo, poi prima del draft lo scambio sembrava fatto, ma Kevin ha messo il veto, presumibilmente perché non vedeva nel roster dei Celtics una configurazione da vittoria immediata ed inoltre era ancora presente il suo acerrimo nemico Szczerbiak. Poi il general manager Danny Ainge ha un’idea: in occasione del draft porta a Boston un All-Star come Ray Allen e si libera di Szczerbiak, oltre a cedere la scelta al draft e ci deve aggiungere West per chiudere l’affare. Nulla da dire sullo scambio, ottima mossa per chi vuole cercare di vincere subito, ma fin dal primo momento era chiaro che mancasse qualcosa, c’era la convinzione che si fosse arrivati ad un passo dal completamento di un lavoro, ma mancava proprio quell’ultimo tassello.

Ora abbiamo finalmente capito tante cose: perché ha accumulato talento, perché ha preso prima Ray Allen, perché è rimasto immobile durante le prime settimane di mercato a luglio.

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Andiamo con ordine: perché Ainge ha accumulato talento giovane senza preoccuparsi troppo del ruolo del giocatore? Il GM ha sempre pensato a come aumentare il tasso di talento medio del roster e ha sempre preso il talento migliore disponibile in quel momento, non solo al draft, ma anche negli scambi, e quando poteva si portava a casa una scelta, che avrebbe esercitato o scambiato per prendere qualche giocatore valido.

La linea dei giovani è chiara: li scegli, li curi e poi li scambi, tutti od in parte. Ainge è sempre stato chiaro: l’unico incedibile era Pierce, con adeguate contropartite tutti gli altri erano scambiabili. Così ha detto, così ha fatto e dopo che i giovani hanno dimostrato o semplicemente messo in mostra le loro potenzialità da giugno il lavoro di Ainge è stato di “monetizzare” tutto il lavoro svolto in questi anni.

Ma perché Ainge ha preso prima Ray Allen? Come già accennato prima, Ainge in realtà voleva Garnett, ma un roster con troppi giovani ed il nemico giurato Szczerbiak non andava bene al nostro Kevin, che inizialmente ha risposto picche. E qui arriva la magata di Ainge: mando via Szczerbiak, cedo la scelta perché non ho visto nessun giovane interessante disponibile alla 5 e mi prendo un ottimo giocatore, tranquillo, altruista, che non crea problemi, ma soprattutto forte.

 Con un solo colpo è come che Ainge abbia detto a Garnett: “guarda, non c’è più Wally e ho un all-star in più, ti piace così?”. Evidentemente per Kevin la mossa è stata positiva e non ha avuto problemi a dichiarare: “sono entusiasta di diventare un Celtics, è meraviglioso avere la possibilità di giocare con giocatori del calibro di Paul e Ray, I Celtic s hanno avuto un’orgogliosa tradizione ed ora spero che potremo proseguire con l’eredità”.

Ora è chiaro perché Ainge è stato immobile durante le prime settimane di mercato a luglio? Poiché stava lavorando nel sottobosco per portare Garnett a Boston non poteva firmare i propri giocatori (Jefferson era in attesa di un ricco pluriennale, per esempio) e non poteva neanche firmare free agents perché non era chiaro quali giocatori avrebbe dovuto cedere, e quindi col rischio di prendere doppioni o lasciare sguarniti altri ruoli.

Ora che Kevin Garnett è arrivato a Boston i tifosi bostoniani possono sognare in grande perché il nuovo acquisto è la miglior ala grande dell’NBA dopo Tim Duncan: ha atletismo, può andare in doppia cifra di rimbalzi e superare tranquillamente i 20 punti a serata. Ha inoltre la grande capacità di difendere bene sui pariruolo. Un giocatore totale quindi, con un unico difetto: non è un giocatore da “ultimo tiro”, quello che deve assolutamente entrare per vincere la partita, ma questo è un problema superabile perché l’uomo dell’ultimo tiro ce l’ha già Boston: è Paul Pierce, perfettamente in grado di scoccarlo.

Nell’accordo dello scambio è previsto un allungamento del contratto che lo terrà a Boston per 5 anni, quindi nessun problema neanche dal punto di vista della durata, visto che il contratto precedente chiamava due anni, ma l’anno prossimo avrebbe potuto uscire dallo stesso.

Se Garnett è un ottimo difensore non è giusto non citare anche Pierce. In passato, essendo il miglior giocatore della squadra, veniva protetto in difesa per cercare di averlo fresco in attacco, ma ora che ci sono anche Garnett ed Allen le possibilità di vederlo difendere bene aumentano, e così aumentano anche i problemi degli avversari, che saranno obbligati ad eseguire complicati adeguamenti, col rischio tutto loro di non essere in grado di tenere tutti e tre i “BigThree”. Nessuna squadra infatti al momento ha gli uomini per marcare in modo adeguato le tre stelle di Boston, quindi ad ogni partita ci sarà sempre la possibilità di prendere dei vantaggi difficilmente colmabili.

Se gli avversari sceglieranno di raddoppiare avranno la brutta sorpresa di lasciare un all-star libero di fare molti danni alla loro retina; inoltre non è detto che i raddoppi possano essere efficaci, infatti tutte e tre i BigThree hanno passato la loro intera carriera giocando con almeno due uomini addosso, quindi sono perfettamente in grado di gestire la situazione, e singolarmente sono abituati anche ad eludere le doppie marcature.

Tutto bello quindi? Eh no, purtroppo non è così, c’è sempre un lato negativo. Quello di impatto più immediato è la conoscenza tra i BigThree, un’*amalgama* tutta la costruire e che creerà, lo diciamo fin d’ora, non pochi problemi in molte occasioni. I giocatori però sono tutti molto intelligenti e non dubitiamo che riescano ad accelerare al massimo la conoscenza reciproca.

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Ora però il lavoro di costruzione della squadra per il prossimo campionato è ben lungi dall’essere completato perché i 5 giocatori partiti lasciano un roster molto sguarnito. I ragionamenti su chi deve portare a Boston Danny Ainge però verranno fatti a partire da domani, oggi lasciamo che i tifosi biancoverdi si rendano conto che il trifoglio fa di nuovo paura agli avversari: chi ad est è più forte dei Celtics attualmente? Possiamo dire tranquillamente che nessuno nell’Eastern Conference può dirsi più forte ed i Celtics partiranno di diritto come i favoriti ed ai BigThree va il compito di arrivare in finale di Conference. In caso di raggiungimento di questo traguardo, obiettivo minimo della stagione, conterà molto l’esperienza e la voglia di vincere. Mentre la seconda è assolutamente strabordante, l’*esperienza* non è elevata, quindi non meravigliamoci se ci potrà essere qualche problema durante i play-off, anche se per questo argomento molto dipenderà da chi Ainge porterà a Boston per completare il roster.

Se in passato Ainge si è lamentato del fatto che risulta difficile convincere i free-agents a venire a Boston per varie ragioni, ora è probabile che non serve neanche chiedere, ci sarà la fila per poter giocare con i BigThree.

Nell’attesa di sapere quali giocatori completeranno il roster dei Celtics, due parole sui partenti sono doverose. Innanzitutto un grande dispiacere è non veder più nel roster biancoverde Al Jefferson, giovane molto bravo, dotato di una tecnica purissima e che potrà fare molto bene a Minnesota. L’amaro in bocca c’è anche per la partenza di Ryan Gomes, ora si chiamerebbe “onesto mestierante”, ma in realtà è molto intelligente e capisce molto di basket. Le sue giocate sono sempre state ad alto livello intellettivo e sopperisce al fisico non strabordante con guizzi felini nelle maglie avversarie lasciate aperte da giocatori più forti fisicamente, ma con molta meno “materia grigia”. Di Telfair preferiamo non parlare perché lo consideriamo perso per l’NBA, mentre l’oggetto misterioso Green rende il suo sviluppo una scommessa degna di Las Vegas.

I Celtics quindi partono da favoriti ad est e complimenti ad Ainge per il gran lavoro svolto. Ora la palla passa ai giocatori ed a Doc Rivers che li deve far girare in un contesto organico, ma questa è tutta un’altra storia.

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