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Se ne è parlato da parecchio tempo, poi prima del draft lo scambio
sembrava fatto, ma Kevin ha messo il veto, presumibilmente perché non
vedeva nel roster dei Celtics una configurazione da vittoria immediata
ed inoltre era ancora presente il suo acerrimo nemico Szczerbiak.
Poi il general manager Danny Ainge
ha un’idea: in occasione del draft porta a Boston un All-Star come Ray
Allen e si libera di Szczerbiak, oltre a cedere la scelta al draft e ci
deve aggiungere West per chiudere l’affare. Nulla da dire sullo
scambio, ottima mossa per chi vuole cercare di vincere subito, ma fin
dal primo momento era chiaro che mancasse qualcosa, c’era la
convinzione che si fosse arrivati ad un passo dal completamento di un
lavoro, ma mancava proprio quell’ultimo tassello.
Ora abbiamo
finalmente capito tante cose: perché ha accumulato talento, perché ha
preso prima Ray Allen, perché è rimasto immobile durante le prime
settimane di mercato a luglio.
Andiamo con ordine: perché Ainge ha accumulato talento giovane senza preoccuparsi troppo del ruolo del giocatore?
Il GM ha sempre pensato a come aumentare il tasso di talento medio del
roster e ha sempre preso il talento migliore disponibile in quel
momento, non solo al draft, ma anche negli scambi, e quando poteva si
portava a casa una scelta, che avrebbe esercitato o scambiato per
prendere qualche giocatore valido.
La linea dei giovani è
chiara: li scegli, li curi e poi li scambi, tutti od in parte. Ainge è
sempre stato chiaro: l’unico incedibile era Pierce, con adeguate
contropartite tutti gli altri erano scambiabili. Così ha detto, così ha
fatto e dopo che i giovani hanno dimostrato o semplicemente messo in
mostra le loro potenzialità da giugno il lavoro di Ainge è stato di
“monetizzare” tutto il lavoro svolto in questi anni.
Ma perché Ainge ha preso prima Ray Allen?
Come già accennato prima, Ainge in realtà voleva Garnett, ma un roster
con troppi giovani ed il nemico giurato Szczerbiak non andava bene al
nostro Kevin, che inizialmente ha risposto picche. E qui arriva la
magata di Ainge: mando via Szczerbiak, cedo la scelta perché non ho
visto nessun giovane interessante disponibile alla 5 e mi prendo un
ottimo giocatore, tranquillo, altruista, che non crea problemi, ma
soprattutto forte.
Con un solo colpo è come che Ainge abbia detto a Garnett: “guarda, non
c’è più Wally e ho un all-star in più, ti piace così?”. Evidentemente
per Kevin la mossa è stata positiva e non ha avuto problemi a
dichiarare: “sono entusiasta di diventare un Celtics, è
meraviglioso avere la possibilità di giocare con giocatori del calibro
di Paul e Ray, I Celtic s hanno avuto un’orgogliosa tradizione ed ora
spero che potremo proseguire con l’eredità”.
Ora è chiaro perché Ainge è stato immobile durante le prime settimane di mercato a luglio?
Poiché stava lavorando nel sottobosco per portare Garnett a Boston non
poteva firmare i propri giocatori (Jefferson era in attesa di un ricco
pluriennale, per esempio) e non poteva neanche firmare free agents
perché non era chiaro quali giocatori avrebbe dovuto cedere, e quindi
col rischio di prendere doppioni o lasciare sguarniti altri ruoli.
Ora che Kevin Garnett
è arrivato a Boston i tifosi bostoniani possono sognare in grande
perché il nuovo acquisto è la miglior ala grande dell’NBA dopo Tim
Duncan: ha atletismo, può andare in doppia cifra di rimbalzi e superare
tranquillamente i 20 punti a serata. Ha inoltre la grande capacità di
difendere bene sui pariruolo. Un giocatore totale quindi, con un unico
difetto: non è un giocatore da “ultimo tiro”, quello che deve
assolutamente entrare per vincere la partita, ma questo è un problema
superabile perché l’uomo dell’ultimo tiro ce l’ha già Boston: è Paul
Pierce, perfettamente in grado di scoccarlo.
Nell’accordo
dello scambio è previsto un allungamento del contratto che lo terrà a
Boston per 5 anni, quindi nessun problema neanche dal punto di vista
della durata, visto che il contratto precedente chiamava due anni, ma
l’anno prossimo avrebbe potuto uscire dallo stesso.
Se Garnett
è un ottimo difensore non è giusto non citare anche Pierce. In passato,
essendo il miglior giocatore della squadra, veniva protetto in difesa
per cercare di averlo fresco in attacco, ma ora che ci sono anche
Garnett ed Allen le possibilità di vederlo difendere bene aumentano, e
così aumentano anche i problemi degli avversari, che saranno obbligati
ad eseguire complicati adeguamenti, col rischio tutto loro di non
essere in grado di tenere tutti e tre i “BigThree”. Nessuna squadra
infatti al momento ha gli uomini per marcare in modo adeguato le tre
stelle di Boston, quindi ad ogni partita ci sarà sempre la possibilità
di prendere dei vantaggi difficilmente colmabili.
Se gli
avversari sceglieranno di raddoppiare avranno la brutta sorpresa di
lasciare un all-star libero di fare molti danni alla loro retina;
inoltre non è detto che i raddoppi possano essere efficaci, infatti
tutte e tre i BigThree hanno passato la loro intera carriera giocando
con almeno due uomini addosso, quindi sono perfettamente in grado di
gestire la situazione, e singolarmente sono abituati anche ad eludere
le doppie marcature.
Tutto bello quindi? Eh no, purtroppo non
è così, c’è sempre un lato negativo. Quello di impatto più immediato è
la conoscenza tra i BigThree, un’*amalgama* tutta la costruire e che
creerà, lo diciamo fin d’ora, non pochi problemi in molte occasioni. I
giocatori però sono tutti molto intelligenti e non dubitiamo che
riescano ad accelerare al massimo la conoscenza reciproca.
Ora
però il lavoro di costruzione della squadra per il prossimo campionato
è ben lungi dall’essere completato perché i 5 giocatori partiti
lasciano un roster molto sguarnito. I ragionamenti su chi deve portare
a Boston Danny Ainge però verranno fatti a partire da domani, oggi
lasciamo che i tifosi biancoverdi si rendano conto che il trifoglio fa
di nuovo paura agli avversari: chi ad est è più forte dei Celtics
attualmente? Possiamo dire tranquillamente che nessuno nell’Eastern
Conference può dirsi più forte ed i Celtics partiranno di diritto come
i favoriti ed ai BigThree va il compito di arrivare in finale di
Conference. In caso di raggiungimento di questo traguardo, obiettivo
minimo della stagione, conterà molto l’esperienza e la voglia di
vincere. Mentre la seconda è assolutamente strabordante, l’*esperienza*
non è elevata, quindi non meravigliamoci se ci potrà essere qualche
problema durante i play-off, anche se per questo argomento molto
dipenderà da chi Ainge porterà a Boston per completare il roster.
Se
in passato Ainge si è lamentato del fatto che risulta difficile
convincere i free-agents a venire a Boston per varie ragioni, ora è
probabile che non serve neanche chiedere, ci sarà la fila per poter
giocare con i BigThree.
Nell’attesa di sapere quali giocatori
completeranno il roster dei Celtics, due parole sui partenti sono
doverose. Innanzitutto un grande dispiacere è non veder più nel roster
biancoverde Al Jefferson, giovane molto bravo, dotato
di una tecnica purissima e che potrà fare molto bene a Minnesota.
L’amaro in bocca c’è anche per la partenza di Ryan Gomes, ora si
chiamerebbe “onesto mestierante”, ma in realtà è molto intelligente e
capisce molto di basket. Le sue giocate sono sempre state ad alto
livello intellettivo e sopperisce al fisico non strabordante con guizzi
felini nelle maglie avversarie lasciate aperte da giocatori più forti
fisicamente, ma con molta meno “materia grigia”. Di Telfair preferiamo
non parlare perché lo consideriamo perso per l’NBA, mentre l’oggetto
misterioso Green rende il suo sviluppo una scommessa degna di Las Vegas.
I
Celtics quindi partono da favoriti ad est e complimenti ad Ainge per il
gran lavoro svolto. Ora la palla passa ai giocatori ed a Doc Rivers che
li deve far girare in un contesto organico, ma questa è tutta un’altra
storia.
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