The Greatest Game Ever. La più bella partita di tutti i tempi.
Esiste un solo match nella storia della NBA che può vantare tale
impegnativa definizione. E per raccontarlo dobbiamo fare un salto
indietro nel tempo di più di trent’anni.
Tornare
al 1976. Un anno che vedeva la nostra piccola Italia dilaniata dal
terrorismo e dagli anni di piombo, in un clima reso rovente dalle
elezioni politiche di giugno. Le prime in cui serpeggiava reale la
paura del sorpasso comunista.
La cadenza regolare con cui
gli omicidi politici scandivano crudelmente i giorni di una campagna
elettorale aspra e combattuta, che sembrò far precipitare la nazione al
periodo dell’immediato dopoguerra, ed un Montanelli che invitava i suoi
lettori a “turarsi il naso e votare DC” contribuirono ad esasperare un
clima divenuto quasi surreale e tragica fotografia di una nazione mai
come allora allo sbando.
In questo contesto esasperato, le
sale cinematografiche salutavano l’uscita di Novecento, il capolavoro
di Bernardo Bertolucci, un affresco storico-politico dedicato alla
lotta di classe, mentre Lidia Ravera pubblicava il libro scandalo Porci
con le ali, vero e proprio manifesto della società e delle
contraddizioni degli anni ‘70.
Negli States il presidente era
il repubblicano Ford, subentrato due anni prima al dimissionario Nixon
travolto dallo scandalo Watergate. Gorge Lucas dava il via alla celebre
sagra di Guerre Stellari, mentre un giovane De Niro da tassista per le
vie di New York si trasformava in implacabile giustiziere. Il primo
album dei Ramones, pubblicato in aprile, inaugurava la nascita del
movimento punk.
Ma per gli amanti del basket tutto questo forse è di “secondaria” importanza. Perché il 1976 è stato l’anno di Boston-Phoenix. The Greatest Game Ever.
Era
un venerdì sera del mese di giugno, giorno 4, quando Celtics e Suns
scesero sul parquet del Boston Garden per gara 5 di finale.
Una finale forse in tono minore, in un’epoca non certo florida per la NBA.
Proprio
nel 1976 l’ABA era ormai arrivata al capolinea della sua breve vita. Il
grande nemico era imploso improvvisamente, così come era nato, quasi
dieci anni prima. L’NBA aveva finalmente vinto la sua personalissima
battaglia, ma il prezzo da pagare era stato altissimo.
Ascolti
ridotti al minimo storico, una situazione economica imbarazzante, la
diaspora dei migliori giocatori fra le due leghe contendenti. Lo
spettacolo in campo? Non pervenuto.
L’anno precedente il
titolo era andato ai Golden State Warriors in una finale contro
Washington più nota perché consegnò il primo ed unico anello della
carriera NBA al grande Rick Barry, che non per reali contenuti
cestistici. I campioni in carica avevano chiuso la stagione 1975-76 col
miglior record della lega, 59 vittorie e 23 sconfitte. Anni luce
davanti alle contendenti di una derelitta Western Conference.
I
Lakers del neo acquisto Kareem Abdul Jabbar non emergevano dalla
mediocrità generale e veleggiavano tristemente sui bassifondi della
Pacific. I futuri finalisti Suns avevano a stento superato il 50% di
vittorie (42 W 40 L).
Ad est a far da padroni erano stati i
soliti Celtics, guidati da un grande vecchio, un figlio della magica
era degli anni ’60. Quel John Havlicek dalla rapidità delle cui mani già nel 1965 era nato un incredibile titolo per Boston.
Havlicek, il sesto uomo più grande di sempre, aveva 36 anni e si apprestava a vincere l’ultimo anello di un’eccezionale carriera.
Sedici anni tutti spesi in maglia Celtics, con la storica casacca
numero 17. Otto titoli vinti. Undici volte primo quintetto della lega.
Tredici volte All Star. Miglior realizzatore di tutti i tempi per
Boston. Tra i primi dieci, massimo quindici giocatori della storia.
A dar manforte ad Havlicek, sotto canestro c’era Dave Cowens,
un centro atipico, scelto nel 1970 da Red Auerbach col pick numero 4.
Velocissimo, Cowens possedeva braccia smisurate ed era un combattente
nato. Con l’aggressività sotto canestro riusciva a compensare la
mancanza di centimetri rispetto ad avversari fenomenali quali Jabbar,
Walton, Reed.
A completare lo starting five c’erano Paul
Silas, Charlie Scott e Jo Jo White. Scott veniva proprio da Phoenix ed
era approdato ad inizio stagione a Boston in cambio di Paul Westphal,
quest’ultimo divenuto in un anno da gregario dei Celtics a trascinatore
dei Suns in quei playoffs.
Westphal era passato in una
stagione dal segnare 9,8 punti a partita in maglia biancoverde, ai 20,5
punti nella regular appena conclusa in maglia Suns. Era un 6’ 4’’ con
ottimi movimenti ed un gioco elettrizzante. Ottimo tiratore e discreto
difensore.
Sarebbe stato uno degli eroi della serie finale.
Grazie
all’apporto di Westphal (23 punti a partita nei PO) Phoenix riuscì
sorprendentemente a piegare Golden State nella finale di Conference in
sette tiratissime partite e a presentarsi per l’appuntamento decisivo
contro i celtici.
La finale sembrava senza storia. Una squadra
giovane ed inesperta da un lato. Vecchie volpi smaliziate e grandissimi
campioni dall’altro. Lo sweep sembrava l’esito più probabile di una
finale che ancora una volta sembrava non dovesse trasmettere
particolari emozioni.
Neanche il riacutizzarsi di un brutto
infortunio di Havlicek che gli aveva fatto saltare due gare nella primo
turno di playoffs contro Buffalo, sembrò cambiare l’esito della serie.
Boston vinse gara 1 per 98 a 87, con i Suns tenuti al 38% dal campo.
In
gara 2 i Celtics, grazie ad un parziale di 20 a 2 nel terzo quarto, si
imposero senza affanni per 105 a 90. Lo sweep sembrava davvero vicino.
Gara 3 si giocò al Veteran Memorial Coliseum di domenica mattina per
esigenze televisive. Phoenix scese in campo per nulla disposta a far la
parte della vittima sacrificale. I biancoverdi non segnarono per cinque
minuti nel secondo periodo e i Suns si portarono sul 33 a 17.
La rimonta dei Celtics non si fece aspettare. Ma Phoenix guidata dal
rookie dell’anno Alvan Adams, un centro che aveva chiuso la stagione
con 19 punti e 9 rimbalzi per partita, riuscì ad imporsi per 105 a 98.
Adams chiuse la gara con 33 punti e 14 rimbalzi, dominando nei minuti finali, ma Boston aveva perso per falli Cowens e Scott.
Al termine della partita il coach biancoverde, Tommy Heinshon, diede il
via ad una polemica che si sarebbe protratta per l’intera serie e che
avrebbe trovato culmine ed epilogo in gara 5. Quella sull’arbitraggio
casalingo.
Le
proteste di Heinshon però non diedero i risultati sperati. Solo nei
primi dieci minuti di gioco di gara 4, vennero fischiati a Boston 21
falli. La gara comunque fu equlibrata e sul 109 a 107 per i Suns, Jo Jo
White ebbe la palla del pareggio. La sbagliò e la serie tornò a Boston
sul 2 a 2. Un risultato sorprendente, ma privo di particolari emozioni.
Gara 5 era però vicina. La storia era dietro l’angolo. Rick Barry che commentava la gara per la CBS la definì La più eccitante partita di basket che abbia mai visto.
Arrivai
alla gara in anticipo. L’infortunio al piede non mi permetteva di
allenarmi ed ero quasi completamente fuori forma. Andai al Garden in
anticipo per lavorare sul tiro. Almeno quello volevo recuperarlo.
Pensavo di giocare una ventina di minuti. Finii per restare in campo 58
minuti.
Con queste parole Havlicek ricorda le ore ed i minuti che precedettero quell’interminabile incontro.
La gara non iniziò in maniera entusiasmante.
Dopo nove minuti, Boston era già avanti di 20. 32-12.
I biancoversi segnarono 38 punti solo nel primo periodo, con i Suns al
palo. Nel secondo quarto Phoenix provò a rientrare ma all’intervallo
era ancora sotto di 15.
Ma
nei due quarti successivi la difesa di Phoenix salì di tono e Boston
mise a segno solo 34 punti complessivi. A quattro minuti dalla fine i
Suns erano a meno 9. Completarono la rimonta nei secondi finali. Poi
Perry per i Suns e Havlicek per i celtics, sbagliarono due liberi a
testa sul 95 pari e la gara andò al primo overtime.
Il primo supplementare finì con altri sei punti per parte per ciascuna squadra. 101 pari, senza particolari sussulti.
Ma al termine dell’overtime successe qualcosa che molto probabilmente
cambiò il corso della partita, consegnandola direttamente ai libri di
storia. Paul Silas chiamò un Time Out per Boston, quando ormai la
sirena stava suonando. I Celtics non avevano più Time Out a
disposizione e l’arbitro, Richie Powers, rimase dubbioso su come agire.
Secondo
le regole avrebbe dovuto dare un tecnico a Silas ed un tiro libero ai
Suns. Quel tiro libero avrebbe verosimilmente chiuso la partita. I Suns
avrebbero espugnato il Garden, rovesciando il fattore campo e si
sarebbero giocati il tutto per tutto in gara 6 a Phoenix, mettendo
comunque una buona ipoteca per l’anello.
Ma a proposito di
arbitraggi casalinghi, Powers decise di ignorare la richiesta di Time
Out, considerando che il tempo era scaduto. Non ci fu fallo tecnico.
Non ci fu tiro libero. E si andò al secondo supplementare. John
MacLeod, giovane coach di Phoenix, andò su tutte le furie. Si diresse
verso gli arbitri pretendendo il tiro libero. Powers fu irremovibile.
Le polemiche crescevano, il clima si infiammava e quel che sarebbe
successo di lì a pochi minuti sarebbe stata la logica conseguenza.
Il
secondo ovetime è quanto di più emozionante si possa pretendere da una
partita di basket. A 15 secondi dalla fine, Boston era avanti di 3. Il
pubblico del Garden iniziò ad intonare il solito motivetto “We’re Numer
1”.
Ma la partita era ben lontana dall’essere finita. Van
Arsale segnò per i Suns. Westphal rubò una palla, andò in transizione,
ma sbagliò il tiro. Perry catturò il rimbalzo e siglò il 110-109
Phoenix.
Mancavano ancora 4 secondi. Rimessa per Boston. Havlicek ricevette
palla, riuscì a trovare un varco, si alzò in sospensione e cadendo
all’indietro appoggiò di tabellone, firmando il controsorpasso Celtics.
111-110.
Di
solito ero la prima opzione della squadra in quel genere di situazioni,
ma non stavo bene e diventai la terza. Don Nelson eseguì la rimessa.
White non era libero, Cowens non era libero.
Allora decisi di andare incontro alla palla. La presi e cominciai a
palleggiare verso il canestro sperando di subire un fallo. Tenni il
gomito in fuori per attirare il contatto, ma loro non caddero nel
tranello. Capì che dovevo prendermi il tiro. E fu quel che feci.
L’angolo era giusto. Segnai.
Il
Boston Garden esplose di felicità. Centinaia di tifosi celtici
forzarono la security e si riversano sul parquet per festeggiare i
propri beniamini. Havlicek si diresse verso gli spogliatoi a braccia
alzate.
Mentre anche gli allenatori stavano abbandonando i
loro posti, Power richiamò la loro attenzione. Restava ancora un
secondo da giocatore. Il pubblico fu invitato a lasciare il parquet. La
security ebbe il suo bel da fare per riportare ordine in mezzo al
campo. I giocatori già negli spogliatoi tornarono in campo per giocare
quell’ultimo secondo di gara.
Fu allora che Westphal ebbe
un’idea geniale. Imitò Paul Silas, chiamando un Time Out che non aveva.
La differenza era che Paul sapeva di non averlo. Power sanzionò il
fallo tecnico a Westphal e consegnò la palla ai Celtics per un tiro
libero.
Jo Jo White lo mise, portando Boston sul più due. 112-110.
Ma
ora Phoenix aveva la rimessa da metà campo e la possibilità di
prendersi un tiro credibile. Senza il time out chiamato e senza il
tecnico, Phoenix sarebbe stata sul meno 1, ma con una normale e
probabilmente inutile rimessa dalla linea di fondo.
Era mezzanotte. E Gar Heard
ricevette palle in posizione frontale, spalle a canestro, oltre la
lunetta. Si girò, tirò con una parabola altissima e segnò il canestro
del pareggio nel silenzio generale. La partita andava al terzo
supplementare.
L’ultimo
tempo si giocò in un clima surreale. Con quasi tutti i titolari di
entrambe le squadre fuori per falli ed il pubblico del Garden ancora
stordito per l’invasione di campo dopo la certezza della vittoria.
Certezza ben presto tramutatasi in assurda incredulità.
Il
terzo anno Glenn McDonald, ala di Boston di 24 anni, che aveva chiuso
la stagione con 5,6 punti per partita in 13 minuti di gioco e che nove
partite dopo quella gara darà il suo definitivo addio alla NBA,
tagliato da Milwakee, fu il protagonista assoluto di quel terzo
overtime. Segnò sei punti e consegnò la vittoria (e probabilmente il
titolo) a Boston per 128 a 126. The Greatest Game Ever era giunta al
termine.
I Celtics si avvicinavano al tredicesimo anello della loro storia.
In gara 6 si imporranno anche in Arizona per il 4 a 2 finale, in una serie resa immortale da quell’indimenticabile gara 5.
Quella partita sembrò essere un segnale per la NBA.
I tempi bui stavano per finire. Di lì a poche settimane, il più
spettacolare giocatore del pianeta approderà nella lega, vestendo la
maglia dei Sixers. Un nuovo e promettente futuro si stava schiudendo
per la National Basketball Association.
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