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Ventotto stagioni in panchina, senza mai conquistare un titolo,
anche se, nella graduatoria dei coach che hanno vinto di più. Don Nelson è secondo soltanto a Lenny Wilkens e davanti a mostri sacri come Phil Jackson e Larry Brown.
È
vero: il sessantasettenne da Muskegon, Michigan, raramente ha avuto tra
le mani la squadra giusta per aspirare all’Anello, e quando l’ha avuta
(i Bucks del 1980 e i Mavericks del 2002: squadre che in regular season
fecero entrambe 60 vinte e 22 perse) in circolazione c’era qualcuno più
forte.
Ma Don allena ancora. Dirige da par suo i Golden
State Warriors, che lo ebbero alle loro dipendenze già dal 1988 al
1994: è da notare, peraltro, che l’ex allenatore di Milwaukee e Dallas
si è seduto su quattro diverse panchine in 28 anni di carriera. Il dato
vada a riprova della sua autorevolezza e affidabilità. O del fatto che,
a stare in panchina come si deve, Don Nelson si era abituato da
giocatore.
Insieme a John Havlicek,
infatti, ha vissuto l’era-Russell, per poi trionfare a metà degli anni
Settanta: un classico sixth man, in un una Lega che stava assumendo le
sembianze attuali.
Il
numero 19 dei Celtics è più che una promessa, da giocatore di college:
è due volte All-American, e ha statistiche di tutto riguardo (21.1
punti e 10.9 rimbalzi in media in tre stagioni a Iowa). Nel 1962, il
ventiduenne del Michigan approda a Chicago: gli Zephyris sono guidati
da un asso come Walt Bellamy,
ma il loro ruolino di marcia non è esaltante. Nella stagione seguente,
la franchigia cambierà nome e città, ma Don Nelson sarà già volato
sulla West Coast, destinazione Los Angeles Lakers: due stagioni sotto
tono (nella seconda gioca in media 6.1 minuti a partita), il taglio e
la firma per i Celtics.
Le sue statistiche decollano, e
l’esterno da Iowa vincerà tre titoli in quattro anni: Boston è già una
squadra leggendaria, e Don Nelson non stenta a mettersi in luce.
L’incantesimo
si spezza all’alba degli anni Settanta: Russell si ritira e non c’è un
sostituto all’altezza. I Green non si qualificano per i play-off 1970,
ma dal Draft arriverà l’erede designato del numero 6, Dave Cowens.
Le
franchigie del momento sono Milwaukee, New York e Los Angeles: sono le
tre squadre che, tra il 1969 e il 1973, vincono il titolo. Nel 1974,
però, Boston torna in vetta, bissando il successo nel 1976: Don è un
punto fermo nella squadra di Heinsohn, che ha ragione di una
concorrenza molto agguerrita a dispetto dell’anagrafe non più verde
della maggior parte dei suoi condottieri.
Proprio
nel 1976, il numero 19 lascia il basket giocato per diventare lo head
coach dei Milwaukee Bucks: nella stagione 1980-81, la franchigia del
Wisconsin vince 60 partite su 82 ma sarà eliminata alle semifinali di
Conference dei play-off da Philadelphia.
Erving
e soci estrometteranno i Bucks dalla corsa al titolo anche l’anno dopo,
mentre, nella post-season 1983, Don Nelson guida Milwaukee alla grande
impresa: battere i Celtics per accedere alle finali dell’Est. Sarà
addirittura un trionfo: un secco 4-0 ai danni di Larry Bird e soci. Ma
i 76ers sono in agguato e non faranno sconti: batteranno anche stavolta
Moncrief e soci e andranno a vincere il titolo, a spese dei L.A. Lakers.
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